Centrosinistra

4. Centrosinistra e riforme negli anni ’60


Se già durante il Centrismo era iniziato il dialogo tra Dc e Psi per una futura collaborazione politica, dai primi anni ’60 si assiste ad un moderato allargamento della platea governativa con la nascita del centrosinistra. 

 

I cambiamenti politici tra gli anni ’50 e ‘60

Il periodo a cavallo tra gli anni ’50 e ’60 è forse uno dei più densi a livello di cambiamenti politici e sociali. Lentamente l’Italia si stava abituando ad essere una democrazia, seppur sui generis, inserita in quel contesto internazionale che sosteneva il capitalismo e il confronto pacifico tra le varie potenze.

Nonostante il potere fosse saldamente nelle mani democristiane (in quello che Giorgio Galli chiamò “bipartitismo imperfetto”), il sistema politico italiano vedeva una lenta ma progressiva evoluzione con il coinvolgimento di un sempre maggior numero di forze a livello istituzionale (seppur a diversi gradi e livelli).

Come si è visto nel capitolo sul Centrismo, per tutti gli anni ’50 si era assistito ad un progressivo allontanamento ideologico e politico tra comunisti e socialisti, con questi ultimi contrari agli interventi autoritari dell’Urss in Ungheria e sempre più orientati verso una strategia riformista.

È facile intuire come questo fosse un processo lento e non privo di discussioni interne. Si percepiva però una nuova prospettiva di un governo più aperto alle forze moderate di centrosinistra che includesse anche il Psi. Si aveva la consapevolezza che il grande sviluppo economico (con un aumento del PIL e della ricchezza italiana concentratosi in particolare tra il 1958 e il 1963), dovesse essere governato e gestito attraverso interventi condivisi che aumentassero la produttività delle aziende e il benessere della popolazione.

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Piazza invasa dalle numerose Fiato 500. Fonte: doppiozero

In tale contesto possono essere individuati alcuni eventi che favorirono, più di altri, il passaggio da una dinamica di governo centrista ad una di centro-sinistra.

Innanzitutto l’elezione alla soglia pontificia di papa Giovanni XXIII, che inaugurò una nuova stagione di minore interventismo della Santa Sede nelle vicende politiche quotidiane e un atteggiamento favorevole ad una conciliazione internazionale (come si evinse in particolare dall’enciclica Pacem in Terris).

In secondo luogo l’ascesa del democratico John F. Kennedy alla presidenza Usa nel 1961. Nel solco della politica del containment dell’Unione Sovietica, Kennedy non si oppose ad un allargamento della piattaforma governativa italiana con il coinvolgimento dei socialisti. Le ragioni che lo spinsero ad agire in questo modo erano di natura politica ed economica.

In primis vi era una visione favorevole verso un modello che permetteva la partecipazione di forze moderate di sinistra con la conseguente esclusione dei comunisti.

Inoltre, non poteva che essere positiva l’esistenza di un governo riformista che favorisse il progresso economico secondo il modello capitalista e nell’ambito del contesto occidentale ed atlantico.

Oltre a tali vicende di merito internazionale, vi furono altri fattori di ordine interno che resero possibile il coinvolgimento del Psi nei governi dei primi anni ’60. Si fa riferimento, in particolare, al rifiorire del sentimento antifascista nella popolazione, e alle vicende interne alla Dc e al Psi.

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John F. Kennedy. Fonte: Business Insider

L’antifascismo e la politica delle “convergenze parallele”

Il passaggio ad una fase politica nuova non fu soltanto determinato dalla volontà delle forze protagoniste della scena politica, ma anche da altri eventi che favorirono e, secondo storici come Pietro Scoppola [1] resero inevitabile, l’approdo al centrosinistra.

In particolare si fa riferimento alla vicenda della caduta del governo Tambroni. L’esecutivo aveva avuto la fiducia con il voto determinante dei neofascisti dell’MSI, ma andò in difficoltà dopo pochi mesi di operato in un caso che all’epoca fece molto scalpore. Proprio l’MSI aveva deciso, nel luglio 1960, di indire un comizio a Genova, medaglia d’oro alla Resistenza, causando fortissime proteste di antifascismo in tutto il paese con manifestazioni e scontri in cui ci furono vari morti. Il governo si dimise, ma l’aspetto più rilevante fu il clima politico che si era creato, e che impediva la formazione di una nuova maggioranza che contasse sull’appoggio dei partiti di destra.

Sulla stessa lunghezza d’onda il nuovo segretario della Dc Aldo Moro, si dichiarava favorevole ad una politica delle “convergenze parallele”, in cui l’asse si sarebbe dovuto spostare verso il centrosinistra. In realtà la sua stessa cerchia politica, raggruppata nella neonata corrente dei dorotei, non era entusiasta di questa soluzione, e avrebbe spinto lo stesso Moro ad adottare posizioni minimaliste che non sconvolgessero l’equilibrio del sistema.

Si deve notare, infatti, che l’obiettivo di Moro sarebbe sempre stato quello di mantenere la Dc come perno centrale di governo, senza spostare troppo la bilancia verso un riformismo eccessivo che creasse malumori interni.

Come rileva Paul Ginsborg [2], all’epoca esistevano tre posizioni differenti in riferimento alle riforme di cui necessitava il paese:

1. Riformisti (Fanfani, La Malfa): riforme correttive per correggere lo squilibrio tra le disuguaglianze del paese attraverso interventi a favore dell’efficienza burocratica, l’attuazione delle regioni e la costruzione di infrastrutture scolastiche.

2. Riformisti strutturali (Nenni e Togliatti, con gradi differenti): riforme strutturali che costituissero il percorso verso il socialismo e il superamento della mentalità capitalistica.

3. Minimalisti (Moro e i dorotei): i più moderati, concepivano le riforme come parte di un processo per condurre il Psi nell’area di governo, sostenendo una serie di riforme marginali con cui non fosse in dubbio la supremazia della Dc.

Si può sostenere che inizialmente a prevalere fu la prima compagine, con i due esecutivi Fanfani che conclusero la III legislatura tra il ‘60 e il ‘63. Era il periodo del cosiddetto “centrosinistra inorganico”, con l’astensione del Psi dal voto di fiducia e la sua relativa partecipazione alla stesura del programma di governo, senza però essere rappresentato da ministri propri. Un arco di tempo breve ma fruttuoso che condurrà ad importanti riforme.

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I due leader Aldo Moro e Pietro Nenni. Fonte: ilmondodegliarchivi

Le riforme e i successi del centrosinistra

Il terreno per una più stretta collaborazione tra socialisti e democristiani fu preparato dai segretari Moro e Nenni, che nei due congressi dei propri partiti, tra il ’61 e il ’62, videro il parziale successo della loro linea favorevole ad una collaborazione in una coalizione di governo di centrosinistra. Era importante avere il sostegno della base, poiché in molti casi le maggioranze erano cadute proprio per la divisione interna tra le varie correnti, sempre pronte ad affossare i leader rivali per riaffermare la propria forza.

L’abilità di Moro fu proprio quella di mantenere sempre un equilibrio nella Dc, anche a costo di ridimensionare i coraggiosi progetti iniziali di cambiamento. Da questo punto di vista la prima fase del centrosinistra vide nel 1962-1963 il biennio d’oro delle riforme.

Il provvedimento più importante riguardò la nazionalizzazione dell’industria elettrica, che aveva l’obiettivo di ricondurre sotto il controllo statale il prezzo dell’energia e smantellare il conservatorismo delle imprese private italiane del settore. Venne creata l’Enel che investì copiosamente ma senza riuscire a raggiungere completamente i target accennati.

L’altro grande intervento fu quello che comportò la creazione della scuola media unificata e l’elevamento dell’obbligo scolastico fino ai 14 anni. Una riforma cara alla sinistra e grazie alla quale molte giovani ragazze ebbero una prima forma di istruzione superiore.

Nel tentativo di combattere l’evasione fiscale fu poi approvata la ritenuta sulle cedole azionarie che rendeva pubblici i nomi dei possessori di azioni.

Infine la legge 9 febbraio 1963 n.66 che – prevedendo la parità di accesso delle donne a tutti gli impieghi pubblici, compresa la magistratura – rendeva effettivi gli artt. 37 e 51 della Costituzione sulla posizione della donna nel mondo del lavoro. Un primo passo in avanti nella lunga lotta alla uguaglianza di genere nel nostro paese.

Questi i più importanti interventi del periodo che diedero un importante sostegno al progresso economico e sociale italiano. Purtroppo quello delle riforme fu un periodo breve che vide uno stop proprio con l’inizio della IV legislatura nel 1963 e i primi governi Moro. Come vedremo nel prossimo capitolo, ai progetti di forte rinnovamento dello stato fu preferita la stabilità politica e il mantenimento degli interessi particolari.

 

[1] Cfr. P. Scoppola., La repubblica dei partiti, Bologna, il Mulino, 1997, pp.367 – 368.

[2] Cfr. P. Ginsborg, Storia d’Italia. Dal dopoguerra a oggi, Torino, Einaudi, 1996, pp. 208 – 210.

 

Continua…

 

Fonti immagini in evidenza: Wikipedia e Avvenire.

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