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2. Centrismo e sinistra negli anni ’50


Dopo aver considerato il periodo costituente (clicca qui), la seconda tappa del nostro viaggio nella storia politica italiana ci porta nel periodo del centrismo. Oggi ci occuperemo dei rapporti tra i tre grandi partiti di massa (Dc, Pci e Psi) negli anni ’50.

 

L’Italia post-conflitto e le elezioni del ‘48

L’Italia dell’immediato dopoguerra (precedente al centrismo) era ancora un paese incerto, ferito nell’animo e in balia degli eventi internazionali, che l’avrebbero indotto a schierarsi al fianco degli Stati Uniti durante la guerra fredda.

Nell’estate 1947 si erano appena conclusi i governi di unità nazionale, a cui partecipavano anche le sinistre, ma fu solo a seguito dell’approvazione definitiva della Costituzione, il 27 dicembre, che si entrò in clima di campagna elettorale.

L’anno successivo le prime elezioni politiche della Repubblica si svolsero in un clima rovente ed estremamente polarizzato in cui, ai due blocchi contrapposti (Dc e Fronte democratico popolare costituito dall’alleanza tra Pci e Psi), corrispondevano due diverse visioni ideologiche: democratica e rivoluzionaria.

Il voto aveva un forte significato simbolico ma soprattutto politico, perché dal partito di maggioranza sarebbe dipeso il posizionamento del governo italiano in ambito globale. In sostanza, non sarebbe stato possibile usufruire dei fondamentali aiuti economici americani se la sinistra avesse conquistato la maggioranza dei suffragi.

Da questa condizione è facile intuire come la Dc riuscì a raggiungere il miglior risultato della sua storia, ottenendo, da sola, il 48,5% contro il 31% del Fronte democratico popolare, che perdeva quasi 10 punti percentuali rispetto alla somma dei voti comunisti e socialisti alle elezioni per la Costituente di due anni prima.

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Scheda elettorale e risultati alle elezioni del 1948. Fonte: Giovanni Gonci Linkedin

La paura per la rivoluzione rossa aveva compattato la popolazione, ponendo le basi per quella che viene solitamente chiamata la stagione del centrismo. In questo arco di tempo, che si può dire concluso verso la fine degli anni ’50, la ricostruzione del paese venne guidata, tra gli altri, da due grandi esponenti della Dc: De Gasperi e Fanfani.

In questo capitolo verranno dunque analizzate soltanto alcune delle vicende principali che hanno caratterizzato questo fondamentale periodo politico. In particolare: la politica centrista della Dc, connessa alla trasformazione interna del partito, e il progressivo allontanamento del Psi dal Pci.

Nel prossimo episodio saranno invece poste al centro del dibattito la politica atlantica, e di integrazione europea, insieme alle principali riforme sociali e istituzionali del centrismo.

 

Il centrismo e il lento cambiamento della Dc

Gli anni immediatamente successivi alle prime elezioni politiche furono contrassegnati da una politica moderata ma sicura portata avanti dal Presidente del Consiglio De Gasperi. Costui fu a capo dell’esecutivo dal 1948 al 1953, collaborando a fasi alterne con gli altri partiti di centro:

  • Il Psli (Partito Socialista dei Lavoratori Italiani) di Saragat, partito riformista, nato con una scissione dal Psiup nel 1947 per il rifiuto di alcuni socialisti di mantenere uno stretto legame con il Pci;
  • Il Pri (Partito Repubblicano Italiano), sostenitore di una politica progressista di investimenti economici e vicina ai ceti imprenditoriali moderni della media-borghesia;
  • Il Pli (Partito Liberale Italiano), che faceva affidamento ad un elettorato imprenditoriale e agrario conservatore, arroccato sui privilegi di vecchia data. Si sarebbe allontanato progressivamente dalle politiche della Dc, fino ad uscire dalla coalizione di governo.
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Il leader del Psdi e futuro Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat. Fonte: Panorama

La politica del segretario Dc era improntata a mantenere stabile l’alleanza con le forze moderate, lasciando fuori i partiti considerati estremi, sia a sinistra (Pci e Psi) che a destra (Msi e Partito nazionale monarchico). È l’epoca della famosa conventio ad excludendum e della cosiddetta “teoria del doppio movimento”, per cui le sinistre dovevano essere coinvolte nel processo di attuazione della Costituzione, ma escluse dalle coalizioni di governo.

A pochi anni dalla fine della dittatura e con un paese ancora in ricostruzione, De Gasperi temeva, infatti, una possibile deriva autoritaria da parte di forze che all’epoca non escludevano l’impiego della forza per giungere al potere. Per questo motivo egli cercò di mantenere la Dc quale perno di uno schieramento centrista.

Le opposizioni a questo progetto, però, non provenivano soltanto dall’esterno, ma anche all’interno dello stesso schieramento democristiano.

Da una parte la corrente di sinistra dei “dossettiani” che sin dal ’46 si era raccolta attorno alla personalità di Giuseppe Dossetti e comprendeva, tra gli altri, Lazzati, Fanfani e La Pira. Più attenti ai bisogni sociali del paese, dalla loro rivista “Cronache Sociali” criticavano il segretario per la sua politica di collaborazione con i partiti minori che, a loro parere, non stava portando ad un rinnovamento della società.

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Giuseppe Dossetti in una foto dell’epoca. Fonte: Cooperatores Veritatis

A destra si schierava il “partito romano”, di cui il massimo rappresentante era mons. Ronca. Obiettivo di questa conformazione presente nella Chiesa cattolica, era quello di escludere i comunisti da qualsiasi ambito legale e costituzionale, favorendo allo stesso tempo un’alleanza della Dc con monarchici e missini (neo-fascisti) come fu chiaro in occasione della cosiddetta “operazione Sturzo”.

Nonostante tali pressioni, De Gasperi riuscì sempre a non concedere troppo spazio alle correnti, grazie alla sua grande capacità diplomatica e lungimirante che gli permise anche di prendere decisioni non sempre in linea con le volontà del Vaticano.

Tuttavia, il leader trentino fece un errore di valutazione. Volendo rafforzare la coalizione centrista, si impegnò fortemente per far approvare la nuova legge elettorale del 1953, che la sinistra aveva denominato “legge truffa”. La normativa, infatti, attribuiva il 65% dei seggi al partito o alla coalizione che ottenesse il 50%+1 dei voti. Nelle elezioni dello stesso anno, però, la coalizione centrista si fermò al 49,6%, perdendo per pochi voti la possibilità di usufruire del premio.

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Una vignetta dell’epoca sulla legge truffa. Fonte: Direzione Generale Biblioteche e Istituti Culturali

A seguito di quest’insuccesso e della morte di De Gasperi l’anno successivo, nel partito cattolico si aprì così una nuova fase di transizione che avrebbe portato ad un cambiamento nella struttura e nella politica dello stesso.

Come segretario del partito veniva eletto Amintore Fanfani, rappresentante della nuova generazione di quella sinistra democristiana raggruppata attorno a “Iniziativa democratica”, di cui faceva ancora parte Aldo Moro (che poi aderirà alla nuova corrente dei “dorotei”). Fanfani diede l’avvio ad un importante processo di rinnovamento interno, in cui la Dc si trasformò in un vero e proprio partito-Stato meno dipendente dalla Chiesa e dall’industria, occupando e gestendo tutti i principali centri decisionali attraverso uomini di fiducia.

Era questo il periodo in cui i colloqui tra Dc e Psi, iniziati già nel 1952, diventavano sempre più frequenti, ponendo le basi per una futura collaborazione a livello governativo che si sarebbe realizzata qualche anno più tardi.

Nel 1959, il passaggio di consegne alla guida del partito da Fanfani a Moro, diede una spinta fondamentale in questa direzione. Tuttavia, la collaborazione tra democristiani e socialisti non sarebbe stata possibile se non si fosse realizzato in quegli anni il parallelo distacco ideologico e politico del Psi dal Pci.

 

Il progressivo allontanamento tra Pci e Psi

Diversamente da altri paesi, come Francia e Germania, in Italia non è mai esistito un grande partito socialdemocratico inserito nel complesso istituzionale che potesse competere con i partiti di ispirazione cristiana in un sistema di alternanza. Anche per questo si sarebbe dovuto aspettare il 1983 prima di vedere un esponente socialista alla guida del governo (nonostante all’epoca il Psi continuasse ad essere soltanto la terza forza a livello di consensi).

Ciò che si osservò in Italia e non solo, a partire dal secondo dopoguerra, fu un lento e continuo distaccarsi del mondo socialista da quello comunista. Se una prima avvisaglia si era già avuta nel 1947, quando il Psdi di Saragat si era separato dal Psiup accettando l’appartenenza al fronte atlantico e filo-Usa, solo negli anni ’50 e ‘60 il processo sarebbe diventato irreversibile.

Alle prime elezioni del 1948 la sinistra si era presentata compatta e alternativa, ma già nella tornata del 1953 Psi e Pci costituivano forze autonome, seppur entrambe escluse da posizioni di governo.

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Togliatti e Nenni in una foto dell’epoca. Fonte: Salvatore Lo Leggio

Tuttavia, già all’epoca esistevano componenti socialiste che spingevano per tagliare i legami con il mondo comunista sovietico e di conseguenza con Togliatti. Il segretario Nenni, in passato sostenuto proprio dai sovietici, fu per molto tempo restio, ma alcuni eventi lo portarono progressivamente ad ammorbidire la sua posizione, conscio di un cambiamento ideologico e politico inevitabile.

La strenua difesa della politica russa da parte del Pci, la morte di Stalin e il processo di destalinizzazione da parte di Chruscev, che denunciò i crimini perpetrati dal regime nei decenni precedenti, diedero il via ad un processo di scissione a sinistra che vide nell’occupazione sovietica dell’Ungheria (a seguito della presa di potere da parte di Imre Nagy nel 1956), e nella successiva repressione, il punto di svolta decisivo.

L’aggressione armata dell’Urss al paese magiaro fu un duro colpo per la sinistra italiana. Se i comunisti si schierarono con i russi, Nenni, che aveva già iniziato i colloqui con Saragat e con la Dc, condannò duramente l’azione militare.

Il rifiuto del leninismo e l’accettazione del sistema democratico portarono il Psi a dialogare sempre più insistentemente con l’ala sinistra della Dc. L’elezione a Presidente della Repubblica dell’ex sindacalista cattolico Giovanni Gronchi, favorevole all’apertura a sinistra, e l’ascesa di Fanfani a segretario democristiano erano soltanto i primi indizi.

Il percorso di avvicinamento sarebbe poi continuato con il voto favorevole dei socialisti all’Euratom (Comunità Europea dell’energia atomica) nel 1957, seguito dal progetto di “riformismo rivoluzionario” di Lombardi (che intendeva modificare il sistema capitalistico in senso socialista), e dall’elezione di Moro a segretario Dc nel 1959.

In un primo momento Togliatti non vedeva con dispiacere il progressivo allargamento a sinistra, poichè anche il Pci aveva iniziato quell’opera di rinnovamento della dirigenza già nei primi anni ’50. Gli eventi internazionali e di politica interna non permisero però ai comunisti di entrare in quel sistema di potere che avrebbe portato nel 1963 i socialisti nella coalizione di governo a guida Dc.

 

Continua…

 

Fonti immagini in evidenza: Biografieonline, Europa Quotidiano, Wikipedia

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