Europa, centrismo

3. Europa e riforme nell’Italia del Centrismo


Prosegue il viaggio nella storia politica italiana. Dopo la Costituente e il Centrismo (per quanto riguarda le posizioni di Dc e sinistra), è il momento di addentrarci nella politica europea e nelle principali riforme portate avanti dall’Italia negli anni ’50.

 

La politica filo-atlantica e l’integrazione europea

Non è possibile affrontare gli avvenimenti storici del centrismo senza considerare le scelte di politica estera. Su questo fronte il trionfo della Dc alle elezioni del 1948 permise a De Gasperi di avere una base sufficiente di consenso per consentire all’Italia di aderire a quel blocco di potenze alleate degli Usa.

Così, l’esclusione delle sinistre dal governo di unità nazionale nel marzo 1947 può essere interpretata come espressione dei principi della “dottrina Truman” (dal nome del presidente Usa), che spingeva al containment dell’espansione del comunismo.

La battaglia contro l’eccessivo coinvolgimento di forze considerate sovversive, senza però mettere mai in dubbio la lealtà costituzionale, permise a De Gasperi di ricevere e di usufruire più o meno liberamente delle risorse finanziarie derivanti dal piano Marshall. Contrariamente a quanto successo in altri paesi, gli aiuti furono utilizzati per riempire le casse dello Stato invece di dare il via ad una vasta operazione di finanziamenti per la ricostruzione.

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Incontro tra i presidenti De Gasperi e Truman nel 1947. Fonte: gettyimages

Il sostegno economico degli Stati Uniti comportava però un controllo e un’influenza su molti aspetti di economia e politica interna. Riguardo al primo punto, l’accordo per l’esportazione in Usa della nuova 600 Fiat, ad esempio, prevedeva che l’azienda licenziasse o emarginasse gli operai CGIL comunisti.

Queste intromissioni, unite ad altre cause di natura ideologica, avrebbero contribuito ad acuire la lotta all’interno del sindacato tra le componenti comuniste, democristiane e repubblicane-socialdemocratiche, dando poi il via alla scissione della CGIL con la conseguente nascita della CISL e della UIL nel 1950.

In ambito di politica interna erano note anche le pressioni dell’amministrazione Eisenhower contro un possibile governo a partecipazione socialista, che non avrebbero impedito, però, il proseguo dei contatti.

Parallelamente l’Italia degasperiana proseguiva quel processo che avrebbe dovuto farle recuperare un nuovo ruolo in ambito internazionale. Nel 1949 fu tra i paesi che parteciparono al negoziato per la nascita del Consiglio d’Europa e fu tra i firmatari del Patto Atlantico. Nel 1951 aderì alla CECA, nonostante le resistenze di alcuni settori della non competitiva siderurgia italiana che temevano di essere scalzati dalla concorrenza europea.

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Stati membri della CECA. Fonte: Treccani

De Gasperi si sarebbe mostrato sempre un audace europeista, convinto che un riformismo contrapposto all’estremismo di destra e di sinistra fosse l’unica soluzione per risolvere i tanti problemi esistenti all’epoca.

Per questo si distinse come uno dei sostenitori della CED (Comunità Europea di difesa), nell’ambito della quale suggerì la nascita di un’assemblea parlamentare che elaborasse una Costituzione europea. Sulla CED esistevano dubbi anche all’interno della Dc, ma il progetto naufragò comunque per il voto contrario del Parlamento francese.

Il processo di europeizzazione continuò anche dopo la morte dello statista trentino, con la nascita della CEE e dell’Euratom. Fu questo il periodo in cui si osservò una progressiva convergenza dei socialisti che, ammorbidendo le loro posizioni sulla NATO e sull’Europa, si distinsero dal Pci. Il partito di Togliatti continuò a mantenere i contatti con l’Urss e dunque un atteggiamento di opposizione alla politica atlantica. Soltanto verso la fine degli anni ’60 avrebbe parzialmente modificato le proprie posizioni al riguardo, inseguendo una maggiore indipendenza dal Pcus (il partito comunista sovietico).

La strada europea era però intrapresa, e l’Italia sarebbe stata sempre più un attore fondamentale in questo processo.

 

La riforma agraria

Gli anni del centrismo furono contraddistinti anche da riforme che cercavano di intervenire su alcuni gravi problemi in parte già presenti nel periodo pre-unitario.

Era il caso della vasta classe di notabili e latifondisti, proprietari di vastissime aree agricole e non, concentrati principalmente nel sud Italia. La fame e la rabbia portarono i contadini, prima in Calabria e poi in tutto il Mezzogiorno, ad occupare collettivamente le terre tra il 1944 e il 1947 e di nuovo tra il 1949 e il 1950. I movimenti di protesta – che favorirono temporanee forme di collaborazione sociale tra le famiglie – vennero repressi duramente dalle forze di polizia, provocando morti e feriti, come nella strage di Melissa.

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Proteste dei contadini toscani per la proprietà delle terre. Fonte: Cgil Toscana

Dal punto di vista politico la divisione della Dc e la contrarietà degli alleati liberali, che avevano nei latifondisti una buona parte del proprio elettorato di riferimento, portò il governo ad agire soltanto alle soglie del nuovo decennio attraverso tre leggi intese a contrastare il possesso di grandi proprietà.

Così nel 1950 la “legge Sila”, la “legge stralcio” e la legge regionale siciliana portarono complessivamente ad espropriare 700 mila ettari di terreno, redistribuendole tra circa 12 mila famiglie contadine.

Senza entrare troppo nel dettaglio, i nuovi “poderi” e “lotti” venivano assegnati ai contadini che dovevano pagare un piccolo affitto per trent’anni prima di diventarne proprietari. Se i provvedimenti redistribuirono effettivamente importanti porzioni a famiglie bisognose, è anche vero che gli “enti di riforma” (gli organi che assegnavano i terreni), diventarono veri e propri centri di potere gestiti dalla Dc in base a logiche che discriminavano quei contadini che si erano distinti per un maggiore attivismo durante la protesta.

La riforma agraria rispondeva principalmente ad esigenze contingenti senza prevedere un programma più generale per la nascita di una classe contadina consapevole in grado di aumentare la produttività dei terreni.

Si può dunque sostenere che le normative del 1950, seppur necessarie e positive, non furono sufficienti a dare una vera spinta di rinnovamento agricolo, nella gestione e nella coltivazione dei campi, di cui l’Italia aveva un disperato bisogno.

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Iniziativa per la riforma dei contratti agrari. Fonte: Cgil Toscana

La Cassa per il Mezzogiorno

A fianco di queste misure straordinarie, veniva predisposta nel 1950 la Cassa per il Mezzogiorno. Finanziata principalmente dal Tesoro, servì a sovvenzionare una vasta opera di interventi di bonifica, irrigazione e costruzione di infrastrutture come strade e acquedotti. Come per la riforma agraria, la Dc si avvalse di quest’istituto per formare la propria classe dirigente attraverso la gestione del potere.

Al di là dei numerosi aspetti di dubbia utilità, la riforma e la Cassa servirono quantomeno a limitare il potere dei potentati locali, sostituendolo in parte con la nuova burocrazia statale.

 

I nuovi organi costituzionali

Le ultime riforme da segnalare furono quelle che provvedevano all’istituzione degli organi previsti dalla Costituzione, che avevano un ruolo fondamentale nell’attuazione dei principi previsti dalla stessa Carta.

Tra questi vi era in primis la Corte Costituzionale, nata nel 1953 e operativa dal 1955, che stabilì fin da subito la possibilità di sindacare le leggi precedenti al 1946 e previde la piena e diretta efficacia delle norme programmatiche della Costituzione (quelle che indicano obiettivi, finalità, programmi, o proclamano principi generali).

Nel 1957 fu il turno del CNEL, organo ausiliario che doveva coadiuvare il lavoro legislativo di Camera e Senato su questioni economiche e sociali.

Infine, nel 1958, la nascita del CSM, ovvero l’organo deputato a garantire l’autonomia e l’indipendenza della magistratura ordinaria.

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Prima riunione della Corte Costituzionale il 23 gennaio 1956 a Roma. Fonte: corriere.it

Conclusioni

Insomma, come si è potuto osservare, gli anni del centrismo furono contraddistinti da una vasta serie di riforme che avrebbero cambiato per sempre la storia dell’allora giovane Stato repubblicano. Tuttavia, molti problemi rimanevano irrisolti e la progressiva crescita economica, che vedeva un vero e proprio boom a partire dal 1958, doveva essere governata con consapevolezza coinvolgendo anche quelle forze sociali che fino a quel momento erano rimaste in disparte sia a livello politico-istituzionale, sia per quanto riguardava la produzione industriale e i diritti ad essa connessi.

Una situazione che sarebbe mutata parzialmente a partire dal 1960, in quello che viene considerato il decennio d’oro del bel paese e che sarà analizzata nel prossimo capitolo del nostro viaggio nella “Storia politica della prima Repubblica”.

 

Continua…

 

Fonte immagini in copertina: Wikipedia

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