Indipendenza e autonomia: aspetti politici e giuridici del referendum in Lombardia e Veneto

In un periodo in cui soffiano in tutta Europa venti nazionalisti a difesa dello Stato e contro le ingerenze sovranazionali, con l’Afd che spopola in Germania e il Front National che è quasi riuscito a conquistare l’Eliseo, parallelamente è possibile osservare un fenomeno di parziale disgregazione, o quanto meno un indebolimento, di alcune unità nazionali ad opera di minoranze interne.

Alle minacce indipendentiste della Scozia post-Brexit si sono aggiunte quelle della Catalogna, in cui il referendum del primo ottobre ha dato una spinta ulteriore a quelle tendenze separatiste di cui si è fatta portatrice la Generalitat e una parte della società civile (nonostante sia bene ricordare che a votare non sia andato neanche il 50% della popolazione catalana).

Se nelle due precedenti vicende si può parlare apertamente di una spinta verso l’indipendenza, e dunque verso la formazione di un nuovo soggetto giuridico internazionale, diversamente deve essere valutato il referendum sull’autonomia che si svolgerà il 22 ottobre in Lombardia e Veneto.

Aspetti giuridici

Innanzitutto, come suggerisce anche la denominazione, il quesito non verterà su una possibile rottura dell’unità nazionale che, tra l’altro, condurrebbe ad una violazione dell’articolo 5 della Costituzione. Si tratta invece della possibilità di concedere “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” in conformità con quanto dispone l’articolo 116, terzo comma della Costituzione.

L’eventuale esito positivo non condurrà dunque ad una situazione illecita, contrariamente a ciò che sta accadendo in Spagna, ma legittimerà gli esecutivi regionali di Lombardia e Veneto a proseguire quel processo di autonomia finanziaria che da sempre rappresenta il cavallo di battaglia della Lega.

Come si legge nella Mozione Consiliare n. 849 del 13 giugno 2017 del Consiglio Regionale lombardo, l’obiettivo è quello di aprire un tavolo di negoziati con il governo per avvicinare le due locomotive del Nord allo status speciale di autonomia che la nostra Costituzione riconosce a cinque regioni secondo il “sacrosanto principio che le risorse rimangono sui territori che le hanno generate”. La partita si gioca dunque principalmente sul residuo fiscale, cioè la differenza tra le imposte raccolte dalle autorità locali e trasferite allo Stato e il ritorno di risorse in termini di spesa pubblica dall’autorità centrale alla Regione, che solo per la Lombardia arriva ad un valore di 54 miliardi.

Fonte: Il Sole 24 ore

Tra le materie coinvolte rientrano tutte quelle che ad oggi sono di legislazione concorrente (tra cui valorizzazione dei beni culturali, commercio con l’estero e previdenza complementare), con la possibilità di intervenire anche su materie riservate allo stato (giustizia di pace e istruzione).

Insomma dal punto di vista giuridico il processo di avvicinamento alla consultazione non pone grandi questioni di legittimità, anche perché la natura del referendum è soltanto consultiva (anche se nel Veneto è necessario un quorum di partecipazione che non dovrebbe comunque inficiare sui negoziati successivi). Per attivare il dettato dell’articolo 116 non era però necessario indire una consultazione, come dimostra la trattativa dell’Emilia Romagna che, con il governatore Bonaccini, si è mossa approvando una risoluzione che ha dato il via libera alle trattative con lo Stato per trattenere parte del gettito fiscale da impiegare in settori come lavoro, ricerca, impresa e ambiente.

Aspetti politici

Che la discussa autonomia delle regioni del nord sia intrisa di nodi politici lo dimostra il fatto che nel caso emiliano il voto favorevole sia giunto da Pd, Si e Mdp mentre invece il Carroccio si è schierato contro, invocando una raccolta firme per un referendum che preveda anche la divisione tra Emilia e Romagna.

Questioni regionali si intrecciano con malumori a livello nazionale non soltanto tra sinistra e Lega, ma anche all’interno dello stesso centro (?) – destra come testimonia la polemica tra Fratelli d’Italia e il partito di Salvini.  Nelle settimane passate gli scambi di accuse tra le due compagini hanno riesumato vecchi ideali patriottici da una parte, e secessionisti dall’altra. Qui risiede il nocciolo dell’analisi politica che, come spesso accade nelle vicende italiane, deve comprendere valutazioni di vario genere e non solo contingenti al fatto in questione.

Ci troviamo in un periodo delicato, di trasformazioni politiche e di tira e molla in vista delle politiche che si svolgeranno da qui a qualche mese. Particolare attenzione deve dunque essere prestata a due fenomeni che riguardano il nuovo ruolo assunto dalla Lega di Salvini e i legami che quest’ultima intrattiene con gli altri partiti di centro-destra, in particolare con Fratelli d’Italia. Entrambi i fattori sono inevitabilmente connessi alla vicenda del referendum.

In primo luogo da qualche mese è ormai chiaro che il nuovo corso impresso dal segretario del Carroccio stia conducendo il partito verso una dimensione più nazionale e vicina alle teorie sovraniste di destra che stanno spopolando in tutta Europa. Tale dinamica ha comportato inevitabilmente qualche malumore intestino o addirittura la nascita di una vera e propria frangia interna contraria. Già dall’elezione del segretario di partito del maggio di quest’anno, in cui Salvini ha battuto Fava con l’82% dei 15 mila voti totali, l’area “nordista” della Lega guidata da Umberto Bossi aveva lanciato alcune frasi al vetriolo, col Sènatur che si era dichiarato disposto a lasciare nel caso in cui avesse prevalso la linea nazionale.

I dissapori sono poi riemersi il mese scorso a Pontida, dove il colore dominante non è stato più il verde ma il blu del movimento “Noi con Salvini”, e dove soprattutto per la prima volta non si è assistito al discorso del fondatore della Lega perché “nei momenti importanti parla uno”. Il segretario sa bene, però, che non può tirare troppo la corda anche perché il consenso elettorale è ancora legato alle regioni settentrionali e un’eccessiva inversione di tendenza rispetto al passato potrebbe rivelarsi dannosa.

Fonte: Repubblica

La svolta sovranista ha così permesso di avvicinare due forze che a livello ideologico sarebbero inconciliabili. Se nel ’94 Berlusconi aveva dovuto creare due coalizioni diverse per poter far convivere la Lega di Bossi e Alleanza Nazionale di Fini, oggi il Carroccio e FdI (l’ideale successore di An), convergono parallelamente su numerose questioni (immigrazione, attenzione ai temi sociali, tendenze anti-europee ecc.), e sono in costante trattativa con Forza Italia per una possibile alleanza a tre nelle prossime politiche.

Ciò che è interessante osservare è che, nonostante le precedenti affermazioni, i due partiti nascono da due realtà di pensiero diverse, come dimostrano anche gli scambi di accuse riguardo al referendum sull’autonomia . Giorgia Meloni, complice anche la prossimità della campagna elettorale, ha dichiarato che “io non sono favorevole alle spinte autonomiste. Per me oggi lo Stato nazionale è l’unica realtà in grado di competere contro la globalizzazione sfrenata e gli interessi delle grandi multinazionali”. Frasi che non sono andate giù a Via Bellerio dove Maroni, Fava e Salvini hanno subito preso le difese del voto ricompattando le diverse anime interne.

La mossa della leader romana ha riportato a galla la diversa matrice ideologica delle componenti nazionalista e nordista del centrodestra. Tuttavia, queste piccole agitazioni non hanno messo repentaglio quell’alleanza futura che sembra essere l’unica soluzione possibile per arrivare a Palazzo Chigi.

Se una vittoria dei “Sì” è molto plausibile, sarà importante valutare la percentuale di affluenza che decreterà il potere negoziale di Maroni nelle successive trattative con il governo. Salvini deve comunque sperare in un risultato positivo poiché, nonostante il referendum sia stato approvato anche dai Cinque Stelle, la sconfitta riguarderebbe solo il Carroccio che da sempre lotta per mantenere più risorse al Nord.

Da queste premesse è facile intuire come il referendum sull’autonomia debba essere valutato sulla base di un’analisi che inesorabilmente comprende anche aspetti giuridici, politici e ideologici, e che avrà conseguenze dirette sui rapporti di forza all’interno e all’esterno della Lega.

Ad ogni modo autonomia e indipendenza, nonostante i legami che si riflettono sul perseguimento di obiettivi principalmente economici-istituzionali, presentano una differenza sostanziale che si ritrova nella presenza di un sentimento di diversità linguistica-culturale, caratteristico delle rivendicazioni indipendentistiche, che in Italia non sembra essere così evidente.

Sarà comunque interessante osservare quali conseguenze seguiranno sul piano politico e ideologico al referendum di domenica prossima.

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