populismo centrista francese

Il Populismo centrista di Macron

 Se il Front National avesse vinto le ultime presidenziali francesi molto probabilmente staremmo osservando i primi negoziati per avviare la “Frexit”, una ferita potenzialmente mortale per il processo d’integrazione. La speranza dell’Europa è stata concentrata tutta nel modello Macron che con il movimento “En Marche!” è riuscito a recuperare un bacino elettorale di matrice populista grazie ad una dialettica più soft rispetto a quella della Le Pen. Il caso induce a pensare che il populismo centrista francese si sia affermato sul fratello maggiore nazionalista. Dobbiamo contare le radici di questa corrente populista nazionalista che nell’arco della storia si è sempre ripresentata con puntualità ad appuntamenti di notevole impatto storico, come le Rivoluzioni di Francia e Russia. Per poter interpretare meglio quello che attualmente sta avvenendo dovremmo affacciarci insieme su uno dei primi avvenimenti che può essere definito in termini moderni “populista”.

È il 1953, quando Pierre Poujade, un commerciante di Saint-Céré diede avvio ad un movimento di protesta che porterà qualche anno più tardi sui seggi del Palais Bourbon Jen Marie Le Pen con altri suoi cinquantadue colleghi. La IV Repubblica era dilaniata sia dalla crisi economica che dalla debolezza politica interna, sia dalle guerre d’Indocina che d’Algeria sul versante esterno. Anche oggi, il fattore comune che ha permesso l’avanzata del populismo è una forte crisi di tipo economico che da dieci anni ha provocato una rescissione devastante. Il Front National del nuovo millennio ha affinato la capacità di massificare il messaggio politico, creando una narrazione tipica del populismo di destra ma che ha una forte presa anche sulle classi lavoratrici, in particolare quella operaia.

La globalizzazione, l’Europa, l’Euro, la Nato, sono questi i veri nemici che si devono affrontare, che mettono a rischio l’esistenza della Nazione francese. Questo populismo esaspera allo stremo i concetti – del lavoratore onesto contro il corrotto, della nazione contro gli stranieri – del troppo accentramento politico di Parigi rispetto alla periferia amministrativa. Da quando ha totalmente preso la guida del suo partito nel 2011, Marine Le Pen ha portato ad una forte ascesa il Front National, arrivando lo scorso maggio a giocarsi la presidenza. Proprio in queste ultime presidenziali siamo stati testimoni di una vera e propria mutazione genetica del populismo, grazie ad “en Marche!”, una forza politica nata in prossimità dell’elezioni per l’Eliseo e che ha contribuito a spodestare la vecchia guardia partitocratica ed ideologica rappresentata dal gaullista François Fillon e dal socialista Benoit Hamon.

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Un momento del comizio elettorale di Emmanuel Macron. Fonte: The Economist

“In Europa sta arrivando una nuova generazione”, così Adrien Taquet, ideatore dello slogan “En Marche!”. Il Taquet, attualmente deputato all’Assemblée Nationale, ha contribuito in prima persona a formulare una ricetta politica simile all’offerta di Marine Le Pen ma fondendo l’ideale europeista con quello no global legato alla concorrenza dei mercati esteri. Il candidato di En Marche! l’attuale Presidente, Emmanuel Macron è la figura perfetta di leader, a partire dal suo curriculum: laurea all’École national d’administration, impiegato presso la banca d’affari Rothschild, ex Ministro dell’economia del secondo governo Valls.

Il 26 settembre scorso nell’anfiteatro della Sorbona a Parigi, il Presidente francese, ha delineato quelle che saranno le proposte di riforma francesi per rifondare un’Europa sovrana, unita e democratica. Uno dei primi temi su cui Macron si sofferma, è il progetto che esiste fin dal principio della storia dell’integrazione europea, la nascita di un sistema di difesa europeo, alternativo alla NATO che possa incrementare il processo di unificazione. Un traguardo su questa materia è stato raggiunto lo scorso 13 novembre, quando a Bruxelles i Ministri degli Esteri e Difesa di 23 paesi hanno firmato una notifica congiunta in cui dichiarano l’intenzione di voler partecipare alla PESCO (Permanent Structured Cooperation), una cooperazione strutturata permanente, già prevista dal trattato di Lisbona (art. 42,6) e dal trattato sull’Unione Europea (art.46).

Tornando alla Sorbona, Macron oltre la difesa si è spinto con enfasi anche verso la volontà di riformulare le basi economiche europee, a partire dalla dichiarazione del blueprint della Commissione Europea del 2012, dove si è formalmente dichiarata l’insostenibilità di un’unione monetaria edificata senza che vi sia un’unione bancaria, politica e fiscale a sostenerla. Parole coraggiose, che trovano il fondamento nella Brexit, nell’incapacità italiana e in particolar modo nella vittoria pirrica della Merkel alle elezioni tedesche.

Sullo scenario europeo sembra che Parigi abbia tutte le carte in regola per attuare un’energica politica che dia una svolta all’Unione – auspicando che sia fatta secondo la volontà dei padri fondatori e non secondo la leadership di pochi. Ma perché En Marche! ha surclassato la vecchia partitocrazia? Semplice, almeno a parole, grazie al binomio Taquet- Macron i quali hanno sviluppato un programma elettorale con pochi obiettivi di natura progressista, pratica e reale, molto simili a quelli del Front National, ma senza che vi sia un passato di origini collaborazioniste e xenofobe a minarne la credibilità.

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Emmanuel Macron e Marine Le Pen. Fonte: France 24

Non è un segreto che il programma di “En Marche!” abbia numerosi punti in comune con il programma del Front National. Per esempio, sulla difesa, entrambi gli schieramenti hanno dei punti di convergenza riguardo la lotta al terrorismo, l’aumento delle spese militari, l’assunzione di agenti di polizia e la creazione di migliaia di posti letto nelle carceri. È in Europa che si è decisa la partita. Il Front, completamente contro ogni progresso integrativo, si è schierato sia contro il sistema Euro che contro l’accelerazione dell’unificazione fiscale e politica – la Le Pen si è dichiarata non favorevole anche ad ogni tipologia di apertura delle frontiere e d’accoglienza declamando con fierezza il blocco dei ricongiungimenti famigliari. Al contrario Macron, ha ben espresso che è favorevole all’accoglienza dei richiedenti asilo, a rifondare un’Unione Europea su delle basi solide senza mettere in dubbio neanche per un attimo la possibilità che la Francia fuoriesca dall’Unione.

Il 7 maggio le testate giornalistiche di tutto il mondo hanno annunciato la disfatta del populismo, non calcolando alla prima ora che lo stesso Macron si è servito dello stesso strumento per conquistare l’Eliseo, con toni più pacati, ma che sono bastati ad influenzare gli elettori nel momento del voto. In questo senso possiamo interpretare a distanza di pochi mesi che il Presidente francese stia utilizzando una politica comunicativa tipica del populismo – che il “popolo” abbia sempre ragione, e che affidarsi al popolo attraverso strumenti di democrazia diretta sia la scelta migliore nella costituzione delle decisioni politiche – un populismo centrista francese insomma. Basti pensare che l’Assemblée Nationale ha un programma volto proprio a coinvolgere direttamente il cittadino nell’attività politica dell’aula. Con la crisi europea che sta minando i mercati finanziari europei e non, l’avvento di “En Marche!” è stata una boccata d’ossigeno.

Macron è riuscito a coniare un populismo in versione light e filo europeista, che ha convinto i nostri cugini elettori d’oltralpe a scegliere di dare una maggiore fiducia a Bruxelles e ad una politica interna in parte conservatrice, come nella difesa delle imprese francesi che non hanno dislocato la loro produzione all’estero. La Francia, come nel corso della storia, è sempre stata una capofila in campo d’innovazione politica, e il populismo centrista francese di Macron e di “En Marche!” ce ne lascia una ulteriore prova, come in questo caso, dove un populismo estremista può essere affrontato e vinto con un anti-populismo vissuto in chiave populista.

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