Registro delle lobby in Italia: qual è la situazione oggi?

La regolamentazione dei portatori d’interesse passa solo per l’istituzione del registro delle lobby?

Ancora oggi in Italia quando si parla di registro delle lobby vengono evocati sentimenti negativi che riportano a macchinazioni oscure e illecite da parte delle grandi aziende nei confronti dei decisori politici. Questo sentimento è in parte il risultato della nostra storia repubblicana, in cui i partiti hanno sempre rappresentato il polo verso cui si concentravano i rapporti economici, rendendo le strutture politiche le massime figure istituzionali, seppur dotate di dubbia neutralità.

Negli ultimi anni la situazione è parzialmente cambiata, e si è iniziato a parlare di un registro delle lobby che regoli l’attività a livello nazionale. Se sono stati fatti alcuni passi in avanti, con la creazione di registri a livello parlamentare, ministeriale e regionale, non si è ancora riusciti ad adottare una normativa generale che permetta di avere un quadro chiaro su quale sia il raggio d’azione in cui possano muoversi i portatori d’interesse all’interno delle strutture pubbliche. Numerose proposte di legge provenienti da tutte le aree politiche sono infatti ferme al Senato, e probabilmente la discussione su di esse sarà rimandata alla prossima legislatura (con tutte le incognite derivanti dalla nuova legge elettorale).

Ad oggi la regolamentazione dell’attività di lobbying si esplica su quattro livelli differenti: europeo, parlamentare, ministeriale e regionale. Nelle prossime righe si procederà ad un’analisi generale, concentrando l’attenzione sugli aspetti più innovativi, per poi ipotizzare alcune possibili strategie future.

La normativa europea e il Registro della Camera dei Deputati

In Europa è in vigore dal 2011 il Registro per la trasparenza a cui devono essere iscritte tutte le aziende e gli attori privati che in maniera diretta e indiretta vogliano influenzare l’operato delle istituzioni europee. L’iscrizione è obbligatoria e comporta l’accettazione di un codice di condotta che stabilisce alcune norme di garanzia, come il divieto di ottenere informazioni in maniera disonesta e l’obbligo d’identificazione dell’ente.

Oltre a queste misure sono previsti alcuni incentivi come l’agevolazione dell’accesso al Parlamento Europeo e la partecipazione alle audizioni nelle commissioni. Il registro rappresenta un esempio positivo che rende possibile in maniera trasparente (grazie alla possibilità di consultazione da parte di chiunque), la collaborazione tra istituzioni e imprese, con lo scopo di giungere ad una better regulation in ogni campo d’azione.

Sul piano nazionale è invece attivo dal febbraio di quest’anno il Registro dei rappresentanti di interessi presso la Camera dei Deputati, che definisce l’attuazione della regolamentazione approvata dalla giunta per il Regolamento nell’aprile 2016. Ad oggi sono poco più di un centinaio le richieste accolte.

L’iscrizione al registro delle lobby, che ha visto il coinvolgimento attivo dei deputati Marina Sereni e Pino Pisicchio, permette a due soggetti per ogni società presente nell’elenco di accedere ad alcune aree della Camera predisposte per incontrare i parlamentari e seguire i lavori. Tra i luoghi previsti non sono però compresi il Transatlantico e gli spazi antistanti le aule delle Commissioni e degli altri organi.

Tra le misure del provvedimento è inoltre stabilita la presentazione annuale di una relazione sull’operato svolto, valutata da un Collegio di Questori. Sono infine previste sanzioni, come la sospensione o la cancellazione dal Registro, nel caso di violazione degli obblighi contenuti nella delibera istitutiva.

A livello governativo, misure simili sono state intraprese  negli ultimi anni dal Mipaaf, dal Mise e dal Ministero della Semplificazione. Negli ultimi due casi, grazie soprattutto alla volontà dei ministri Calenda e Madia, il registro delle lobby è stato affiancato da un codice di condotta per gli iscritti ma soprattutto da un’agenda pubblica degli incontri che il ministro, i direttori generali e i sottosegretari svolgono quotidianamente con i rappresentanti del mondo economico e sociale. Un aspetto importante perché segue quel processo di ricerca della trasparenza che dovrebbe contraddistinguere il rapporto tra i public decision makers e gli stakeholders pubblici e privati.

La situazione nelle Regioni

Spostandoci sul fronte regionale si nota come la rappresentanza di interessi sia un tema ad oggi affrontato da 8 Regioni, sebbene con dinamiche e tempistiche diverse che possono essere ricondotte a tre situazioni differenti:

Regioni virtuose

In questo caso il registro delle lobby è attivo e consultabile sul sito web dell’ente.

La Toscana è stata la prima ad introdurlo con la Legge regionale 18 gennaio 2002, n. 5.

Nel 2010 l’Abruzzo ne ha ripreso il modello prevedendo per i lobbisti la possibilità di accedere non solo ai locali del Consiglio, ma anche a quelli della Giunta. La natura facoltativa dell’iscrizione incide però sull’utilità della stessa.

Anche la Puglia, con la Legge regionale 24 luglio 2017, n. 30, ha introdotto importanti novità che, tra l’altro, prevedono la creazione di un’agenda pubblica degli incontri per i membri della giunta, degli assessori e dei direttori di aziende strategiche. Queste misure sono poi state rese esecutive dalla deliberazione della Giunta Regionale n. 1586 dello scorso 3 ottobre, che ha deliberato le modalità d’istituzione del registro.

Infine la Lombardia che, dal 2016, ha forse la normativa più avanzata prevedendo, oltre al registro e alla relazione annuale, un cooling off period (divieto di iscrizione al registro per ex consiglieri, assessori, sottosegretari e presidenti regionali), anche se di un solo anno.

Regioni in stallo

Sono quelle in cui esiste una Legge regionale ma non i decreti attuativi ad essa collegati, per cui il registro delle lobby non è ancora entrato in vigore e non è dunque consultabile.

Oltre al Molise, la cui normativa al riguardo risale addirittura al 2004, possono essere ricondotte a questo gruppo la Calabria, la Puglia e la Sicilia.

In Calabria, la Legge regionale 12 febbraio 2016, n. 4, prevede disposizioni efficaci, come il divieto di iscrizione per chi ha ricoperto la carica di consigliere ed assessore regionale negli ultimi due anni, e il cosiddetto legislative footprint, che obbliga i portatori di interesse a rendere noti i finanziamenti e i beni donati ai decisori pubblici.

Il caso siciliano è invece emblematico: nonostante la partecipazione e la rappresentanza di interessi siano previste già nello Statuto del 1946 (art.12, c.3) e nel Regolamento dell’ARS (artt.71,72,73), le norme in questione hanno visto una scarsa, se non nulla, applicazione e risultano quindi inefficaci.

Nelle circostanze illustrate basterebbe attuare disposizioni già in vigore, ma finora non si è agito in tal senso.

Regioni in divenire

È il caso del Lazio, in cui la proposta di legge n.327 del 6 Aprile 2016 (elaborata dalla fondazione Cultura Democratica con la collaborazione del professore della Luiss Pier Luigi Petrillo), ha quantomeno inaugurato il dibattito per la costituzione di un registro delle lobby affiancato da un Comitato per la trasparenza. Quest’ultimo sarebbe competente della gestione del servizio e della tutela della partecipazione dei lobbisti oltre che delle sanzioni da irrogare nei confronti di questi ultimi. Nel progetto è inoltre prevista la presentazione di una relazione annuale sugli incontri svolti da parte dei decisori pubblici, a cui è posto il divieto di ricevere regali sopra i mille euro da parte degli stakeholder. La discussione è però ferma da oltre un anno e non sembrano esserci novità per uno sblocco nel breve periodo.

La spinta per una better regulation

Da questa tempesta normativa è facile intuire che, nonostante i passi in avanti registrati negli ultimi anni, siano ancora molti i nodi da sciogliere.

Innanzitutto l’elevato numero, e la diversità delle disposizioni, non ne facilita la comprensione da parte di quelle aziende che devono necessariamente istituire relazioni con i decisori pubblici a livello nazionale e locale. Da questo punto di vista non si può pensare, ad esempio, di doversi iscrivere a tre elenchi se si debba svolgere un’attività di advocacy verso Maroni, Calenda e Gelmini, per un’opera da realizzare in Lombardia che coinvolga i rappresentanti di tre diverse istituzioni. L’azione deve essere coordinata a tutti i livelli, in modo tale da facilitare l’operato salvaguardando allo stesso tempo l’obiettivo fondamentale della trasparenza.

L’impossibilità di consultare l’agenda degli incontri, per la maggior parte degli decisori pubblici, e la mancanza di ulteriori condizioni di vantaggio per gli stakeholder che si iscrivano al registro, completano il quadro positivo ma insufficiente dei provvedimenti di cui si è parlato finora.

Ciò che preme sottolineare è che al di là di una normativa nazionale, comunque utile ai fini dell’ordine legislativo, è necessario instaurare meccanismi di trasparenza che siano convenienti per chi ne usufruisce, e che rendano chiara l’opera di lecita rappresentanza verso i decisori pubblici.

Favorire una cultura della trasparenza non di natura impositiva e sanzionatoria, ma indirizzata verso una self regulation attiva e consapevole che renda più facile ed efficiente la gestione dei rapporti tra pubblico e privato. Premiare quelle aziende che prevedano al loro interno un codice di condotta e norme sulla trasparenza, invece di punire quelle che non hanno una tale struttura.

Una atteggiamento che sta iniziando a far breccia anche nelle istituzioni pubbliche, come dimostrano la possibilità di consultare online l’agenda degli incontri dell’assessore Flavia Marzano a Roma, di Lorenzo Lipparini a Milano o ancora del viceministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Riccardo Nencini. Casi isolati che ci si augura diventino presto una consuetudine diffusa.

Si deve favorire una spinta alla continua innovazione organizzativa che faciliti la collaborazione leale tra pubblico e privato, tenendo conto di tutti gli stakeholder e delle categorie coinvolte. Molte aziende hanno già iniziato questo processo di rinnovamento che deve però essere stimolato e regolato dallo Stato a tutti i livelli.

In questo senso dette misure devono essere affiancate da un più attivo monitoraggio dell’attività normativa in tutte le sue fasi di formazione, approvazione, ma soprattutto esecuzione. I dispositivi dell’AIR e del VIR devono essere i principali strumenti di valutazione, che rendicontino il risultato della legislazione suggerendo soluzioni per migliorare continuamente l’impatto, e soprattutto l’efficienza, delle public policies nei vari settori di intervento.

Insomma, oltre all’importante registro delle lobby, è necessario un impegno serio e costante delle istituzioni pubbliche e private, in modo tale da rendere più efficiente, e allo stesso tempo trasparente, il processo di evoluzione normativa. Un presupposto indispensabile per la crescita economica che l’Italia dovrà sostenere e rafforzare nei prossimi anni. Non una sfida semplice, ma un serio impegno che di sicuro dovrà essere affrontato già nel breve periodo.

Credits copertina:

Lobby by Nick Youngson CC BY-SA 3.0 Alpha Stock Images

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