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IL NIGER: CROCEVIA DEI MIGRANTI

Il 2018 si appresta ad essere l’anno del ritorno della presenza militare italiana sul suolo africano. L’ultima volta che vi è stato un dispiegamento di forze così ingente da parte del nostro paese in questo continente risale all’esperienza somala. Nel corso di questa serie di articoli analizzeremo le motivazioni, le criticità e le ripercussioni a livello geopolitico.

Sono quasi tremila i migranti arrivati dall’Africa in Italia nel 2018, un fiume che nonostante il piano del Ministro Minniti sembra aver ripreso vigore. Le rotte sono sempre le stesse, vani e fiacchi sono i tentativi della marina libica di riuscire a contenere le ondate che ogni giorno si apprestano ad attraversare il Mediterraneo. Evidentemente il Governo Gentiloni aveva già preventivato il tutto, infatti il 27 dicembre scorso, il Consiglio dei Ministri ha approvato una delibera relativa alla partecipazione dell’Italia a missioni internazionali da avviare nell’anno 2018.

Il 17 gennaio il Parlamento ha approvato il conseguente dispiegamento delle forze militari italiane e personale in Niger, Libia, Tunisia, Sahara Occidentale e Repubblica Centrafricana. Ma procediamo per gradi. La missione nigerina è intesa a fornire supporto alla Repubblica del Niger nell’ambito di uno sforzo congiunto europeo di matrice franco-tedesca e statunitense. L’obiettivo principale è il rafforzamento e la stabilizzazione dell’area garantendo così un aumento del controllo da parte delle Forze di sicurezza nigerine.

L’operazione di Roma rientra nel quadro del gruppo G5 Sahel (Sāḥel), l’iniziativa militare congiunta tra Mali, Niger, Ciad, Burkina Faso e Mauritania che è entrata nella sua fase operativa lo scorso luglio con uno schieramento di forze che a marzo dovrebbe arrivare a cinquemila uomini. L’inizio della missione italiana è stata programmata dal 1° gennaio 2018 e vedrà impiegate centoventi unità nel primo semestre fino a un massimo di quattrocentosettanta unità, supportate da centotrenta mezzi terresti e due mezzi arei entro la fine dell’anno. I nostri reparti saranno dislocati nella capitale Niamey, Agadez e nell’avamposto di Madama, dove un tempo sorgeva un fortino della legione straniera.

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Come possiamo vedere dalle carte, Madama si trova molto vicino alla frontiera libica, esattamente ad un centinaio di chilometri, e si trova proprio sull’asse delle rotte migratorie che vanno a confluire sulla costa libica. Attualmente l’area è stata rinforzata fin dal 2014, anno in cui ha preso avvio la missione militare francese in funzione antijihadista nel Sahel nominata Operazione Barkhane, che fino ad ora, secondo le fonti ufficiali, ha impiegato quattromila uomini su una vasta area che va dalla Mauritania al Niger.

Resta il fatto che la nostra sarà una missione classificata “no combat”. Ciò comporta il rischio che il nostro personale possa ritrovarsi in attività di “bonifica” del territorio senza le dovute direttive. Più di una volta è capitato in Iraq e Afghanistan di ritrovarsi sotto la guida americana o francese e così finire in mezzo al fuoco incrociato ed aspettare degli ordini da parte del comando. Comunque non dobbiamo essere pessimisti, anzi dobbiamo essere grati del fatto che le nostre forze armate in ogni area d’intervento riescano ogni volta a farsi ben volere dai locali.

Dal 2014 con l’aumento massiccio della presenza militare francese non si è limitato il flusso dei migranti, bensì, attraverso la chiusura della via dell’”Agadez”, il risultato ottenuto fino ad ora è stato quello di rilevare un notevole aumento dei costi che donne, uomini e bambini devono sostenere per garantirsi l’attraversamento del Sahara. Nonostante la presenza massiccia dei militari, sono ancora numerosi i trafficanti di uomini che operano nella regione. Il Niger con la sua importanza strategica è arrivato sotto l’occhio dei riflettori dei media internazionali grazie a Boko Haram che, pur operando nel nord est nigeriano, si è avvalso di importanti basi logistiche in Niger e in Ciad.

Per questi motivi anche gli Stati Uniti sono presenti campo con una forza di ottocento uomini supportati da un numero top secret di droni. Lo schieramento USA dal 2013 è dislocato in due basi, una nella capitale Niamey, ed una presso l’aeroporto internazionale di Manu Dayak ad Agadez. Oltre alla sfera militare, non dimentichiamoci che stiamo parlando di uno dei paesi che, nonostante nel report della World Bank sia situato solo al 142° posto nel ranking mondiale per PIL, ha uno dei sottosuoli più ricchi al mondo.

Non è un caso che via sia una presenza massiccia di militari stranieri solo per controllare i flussi migratori o continuare la crociata antijihadista. Infatti il territorio presenta ricchi giacimenti di gas naturale, diamanti, petrolio ed uranio.

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Fonte: smartweek.it

Rispetto a quest’ultima risorsa consideriamo che la Francia si approvvigiona da questo paese per un terzo del fabbisogno delle sue centrali nucleari. Analizzando tutti questi fattori comprendiamo che la missione italiana si tufferà dentro un calderone che per molto tempo starà sul fuoco. La ragione ufficiale è quella del controllo della questione migranti, ma è molto probabile che ci ritroveremo a fare d’ascari alle truppe franco- tedesche e americane.  Esatto, in tutto non dimentichiamoci del ruolo che Berlino sta avendo in questo pezzo di deserto; a tal riguardo la Germania ha disposto nel 2017 un dispiegamento di mille uomini nel Sahel a supporto della “Force G5”.

L’iniziativa del Bundestag rappresenta la più grande operazione tedesca dalla Seconda guerra mondiale con l’obiettivo di saldare i rapporti tra Berlino e Parigi; curiosamente la richiesta d’intervento è pervenuta da quest’ultima proprio perché l’amministrazione Macron sta iniziando ad attuare l’exit strategy dal territorio. Lo scenario è molto confusionale, il gioco è sempre lo stesso, il richiamo del business attira quella tipologia d’interessi che miete vittime di ogni genere, etnia ed età.

Il Niger ed il Sahel più in generale ha tutte le carte in regola per essere una zona ad alto rischio. Solamente ad ottobre una imboscata è costata la vita a quattro berretti verdi americani, mentre altre centinaia di vittime accertate vi sono state nei reparti delle nazioni locali coinvolte. Come se non bastasse, pochi giorni fa, una fonte dell’emittente francese Radio France Internationale ha affermato che il governo di Niamey “non è stato consultato e né informato” sulla missione italiana, asserendo da una parte l’esistenza di un dialogo in tema di sicurezza tra i due paesi, ma augurandosi dall’altra che tale iniziativa non diventi una vera e propria missione italiana in Niger.

All’inizio di gennaio il Ministro degli Esteri Alfano ha inaugurato la prima ambasciata italiana nella regione dei paesi del Sahel, ma ora che non abbiamo delle risposte positive da parte del collega nigerino, come pensiamo di procedere alla fase operativa? I fondi sono stati stanziati, gli uomini del primo semestre sono stati già selezionati e sono attualmente con i sacchi in spalla, ma effettivamente si sta correndo il rischio di non partire perché noi al contrario dei nostri colleghi d’oltralpe e oltreoceano i conti con la realtà li dobbiamo sempre fare.

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Fonte: onuitalia.com

E’innegabile che l’Italia stia cercando di costruirsi un proprio ruolo in Africa, a dimostrazione di ciò vi è l’imminente apertura di una sede diplomatica in Guinea e un’altra in Burkina Faso. Il Niger si configura come l’ennesimo laboratorio per sperimentare una collaborazione militare europea pur conservando delle sfaccettature d’ombra che attualmente non ci permettono di analizzare a 360° la reale situazione dei fatti, grazie all’enorme gioco d’interessi che coinvolgono gli attori menzionati.

La politica del bastone e della carota sta dando decisamente dei frutti negativi in materia di flussi migratori; con il risultato che in Europa si chiudono le frontiere, in Africa s’inviano i militari, ma nel frattempo i flussi di migranti verso la Libia aumentano e sicuramente non saranno dei pattugliatori del deserto a fermarli.

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