Libia

Una Libia da recuperare: quale futuro per il paese nord africano?

A sette anni da Gheddafi: il dualismo politico libico

 

Da pochi giorni è passato il settimo anniversario dell’inizio della rivoluzione della Libia che portò alla caduta del governo Gheddafi dopo quarantadue anni di potere ininterrotto. A pochi passi dalle nostre coste siamo stati testimoni di una guerra civile che ha portato all’efferata morte del leader libico. In questo lungo arco di tempo le forze occidentali che hanno cavalcato l’ondata della primavera araba non sono riuscite a gestire la transizione democratica del paese, causando di fatto una spaccatura tra le numerose fazioni che rendono il paese completamente lacerato.

A Tripoli da quasi due anni è insediato il governo Accordo Nazionale di Fayez al-Sarraj formalmente riconosciuto dalla Nazioni Unite ma che presenta reali criticità nella gestione

effettiva del territorio. Relegato nella base navale della ex capitale libica, al-Sarraj è solo con il supporto occidentale riesce a mantenere un controllo dell’area nord occidentale del paese. A Tobruk invece, nell’estremità orientale libica si erge la Camera dei Rappresentanti (House of Representatives) un’istituzione che rappresenta i resti del Governo di salvezza nazionale di Tripoli, evacuato dalla Tripolitania nel 2014, quando esplosero le tensioni a causa dell’avvio da est dell’Operazione Dignità guidata dalle truppe del generale Haftar.

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Al Serraj e Haftar con Macron.
Fonte: Corriere.it

In contemporanea all’offensiva della parte orientale, venne avviata “Alba Libica” da parte di una coalizione di milizie islamiche di origini berbere che dopo le elezioni del 25 giugno 2014 sono entrate a Tripoli e hanno preso il controllo della capitale libica; la circostanza ha contribuito a frammentare lo scenario politico ulteriormente, giacché in occasione delle elezioni del 25 giugno le fazioni si erano presentate nettamente divise. Tripoli cadde e la Camera dei Rappresentanti si riunì a Tobruk ed un terzo dei suoi membri boicottò questa iniziativa asserendo che la sede non si trovava in territorio neutrale, bensì all’interno di un’area controllata dal Generale Haftar. Nacque così il dualismo politico in Libia, di cui siamo tuttora testimoni.

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La divisione politica libica;
Fonte: Internazionale.it

L’occidente supporta Tripoli, mentre ad est, Haftar è ben visto dall’Egitto di Al-Sisi che fin dal prime battute non ha perso tempo ad erogare aiuti politici e militari. In questo calderone poi dobbiamo aggiungere anche un eventuale ruolo che potrebbe ricoprire Saif al-Islam, figlio e delfino di Muammar Gheddafi che dopo la sua scarcerazione ha catturato

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Saif al-Islam
Fonte: Newsweek

l’attenzione degli analisti perché potenzialmente unificatore delle diverse anime libiche. Come il padre, Saif sta attuando una politica di consolidamento non con attori esterni, come stanno facendo Tripoli e Tobruk, ma con le realtà tribali che hanno rappresentato la chiave di volta che permise a Gheddafi Senior di andare al potere quasi mezzo secolo fa. Un errore che l’occidente non smette mai di compiere è infatti quello di non considerare la struttura interna dei paesi che subiscono interventi militari. La morte di Gheddafi ha di fatto spezzato il patto tribale che garantiva una solida pax libica e una cordialità nei rapporti tra le maggiori tribù arabe e minoranze (in Libia le maggiori sono i berberi –imazighen-, i tebu e i tuareg). Saif sta quindi tentando di ricostruire una ragnatela di relazioni a livello tribale il cui livello è stato minimizzato dalle ex potenze coloniali.

 

Il ruolo dell’Italia

 

In questo difficile contesto l’Italia ha l’obbligo di rivestire un ruolo di primo piano e l’incertezza politica che si trascina nel paese potrebbe peggiorare a causa della prova elettorale, come è già accaduto nel 2014. Il vuoto territoriale e politico che sta lasciando dietro di sé lo Stato Islamico potrebbe rappresentare poi un motivo in più per riaccendere le ostilità tre le fazioni maggiori (Tripoli e Tobruk) e minori.
L’Italia e la Libia sono legate storicamente, politicamente ed economicamente, per questo la comunità internazionale si aspetta che Roma prenda le redini della situazione: è in questo contesto, e visto anche il fallimentare contrasto dell’immigrazione via mare, che si pensa ad una missione in terra africana. Nello scenario africano l’impegno italiano è concentrato soprattutto in Libia, territorio la cui critica realtà dirama i suoi effetti all’Italia, imponendo quindi al nostro paese un intervento massiccio per evitare minacce dirette al suolo nazionale.
Attualmente Roma circa il territorio libico, è impegnata nelle missioni UNSMIL di matrice onusiana ed EUBAM LIBYA dell’Unione europea. Inoltre siamo presenti con delle nostre missioni frutto di accordi bilaterali con il governo Serraj. Le missioni lavorano su due fronti: da un lato si fornisce supporto alla Marina militare libica, dall’altro si offre assistenza al Governo nazionale. Quest’ultima in particolare è una decisone che si è deliberata dal Governo Gentiloni lo scorso 28 dicembre e incorporerà in parte l’operazione Mare sicuro e l’operazione Ippocrate – una missione umanitaria che ha edificato un ospedale da campo presso l’aeroporto di Misurata nel 2017 –  ed ha permesso il dispiegamento di trecento militari: 60 tra medici e infermieri, 135 per il supporto logistico e 100 per la difesa dell’area.

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L’ospedale da campo italiano all’aereoporto di Misurata.
Fonte: Agi

La nuova missione militare rappresenta un salto di qualità (positiva o negativa) e rispetto alla precedente e vede schierati 400 militari, 130 tra mezzi terrestri e mezzi aereonavali tratti nell’ambito delle unità del dispositivo aereonavale nazionale della missione Mare Sicuro.
Quello che si presenta all’Italia, come in Niger, è un intervento delicatissimo e molto variegato nelle attività chiave. Nello scenario che era in Ippocrate si ricollocheranno le seguenti azioni:

  • Assistenza e il supporto sanitario, con la garanzia di trasferire i pazienti che richiedono cure altamente specialistiche in Italia;
  • Attività di sostegno a carattere umanitario e a fini di prevenzione sanitaria attraverso corsi di aggiornamento a favore di team libici impegnati nello sminamento;
  • Attività di formazione e mentoring a favore delle forze di sicurezza e delle istituzioni libiche, in Italia e in Libia;
  • Assistenza e supporto addestrativo e di mentoring alle forze di sicurezza libiche per le attività di controllo e contrasto dell’immigrazione illegale, dei traffici illegali e delle minacce alla sicurezza libica;
  • Svolgimento attività per il ripristino dell’efficienza dei principali assetti terrestri, navali e arei comprese le relative infrastrutture, le quali sono funzionali allo sviluppo della capacità effettiva libica di controllo del territorio e al supporto per il contrasto dell’immigrazione illegale;
  • Garantire una adeguata force protection al personale impiegato e ricognizioni in territorio libico per determinare le attività di supporto prioritarie.

 

Quale futuro per la Libia?

 

Il lavoro dell’Italia e della comunità internazionale in Libia è volto ad assistere i libici nello sforzo di riappacificazione del paese al fine di creare uno Stato di diritto che consenta una ricostruzione del tessuto sociale ed economico che manca dal 2011. Non casualmente, questo è certo: è lampante che se oggi siamo costretti ad intervenire direttamente in Libia è anche a causa dell’avventata politica estera francese e della passività di Washington. Non dimentichiamoci che nel 2011 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato la risoluzione 1973 che ha istituito la no-fly zone con lo scopo di tentare di evitare stragi indiscriminate di civili da parte dell’aviazione libica, ma che è sicuramente servita a ben poco.

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Strage a Sirte
Fonte: Wakeupnews

Attualmente la Libia ha tutte le carte in regola per entrare nella categoria dei Failed States, ossia quel gruppo di Stati che non detengono il controllo effettivo del territorio attraverso il monopolio dell’uso della forza e quindi non sono in grado di svolgere l’attività basilari a causa dello stato di anarchia che imperversa nell’area. Ci sono voluti sette lunghi anni, per riuscire ad attuare un intervento concreto che permetta l’inizio di una capacity building della sola Tripolitania, la quale non riconoscendo il governo di Tobruk ci obbligherà (almeno sulla carta) nel 2018 ad intervenire nel settore occidentale della Libia. Tutto questo è ancora da vedere e dipende da un fattore relativo alla prova elettorale libica che potrebbe produrre due risultati che sono completamente agli antipodi: il primo, le tribù, il governo di Tripoli e Tobruk acconsentiranno a indire delle elezioni pacifiche per l’avviamento di un effettivo Stato di diritto; nel secondo, vi sarà la ripresentazione di uno scenario simile alla tornata elettorale del 25 giugno 2014 che ha contribuito a incentivare l’escalation di violenza in tutto il paese. Non nascondo che il secondo scenario, a detta degli analisti si presenta come quello più realizzabile perché solamente Al Sarraj è intenzionato ad andare alle urne, forte (ma non troppo) del consenso internazionale e questo causerebbe una ripresa dei combattimenti nell’area e forse l’ Occidente capirà che si dovrà agire non solamente attraverso operazioni umanitarie e di capacity building ma dovrà ricorrere ad operazioni di peace keeping affinché si ristabilisca la sicurezza e una parvenza di legalità nel paese.

Fonte dell’immagine in evidenza: OsservatorioIraq.it

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