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Cultura digitale: accesso e diffusione di internet in Italia

Istat e Fondazione Ugo Bordoni hanno presentato, nella giornata di ieri, i dati sull’uso consapevole del web in Italia. Qual è il livello di cultura digitale nel nostro Paese? 
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L’Istat e la Fondazione Ugo Bordoni hanno presentato ieri a Roma, nell’ambito del seminario “Internet@Italia2018. Diffusione di internet e divari digitali nel nostro Paese“, i risultati di uno studio congiunto sulla cultura digitale e sull’utilizzo di internet i in Italia. Hanno partecipato all’incontro i due presidenti, Giorgio Alleva e Antonio Sassano, numerosi direttori di dipartimento dei due enti e Antonio Nicita, commissario Agcom.

Quali sono le ragioni del persistere di profondi gap territoriali e generazionali nell’accesso e nella diffusione delle nuove tecnologie? Il seminario ha tentato di rispondere a tale domanda ponendo l’attenzione sulle diverse competenze digitali tra le varie classi sociali e generazionali.

 

I dati

Il nocciolo della questione va infatti ricercato nella società civile ancora prima che nelle imprese. Le differenze più rilevanti tra utenti si riscontrano essenzialmente su quattro elementi: età, sesso, occupazione, area geografica.

In Italia il 40% circa della popolazione maggiore di 6 anni non accede ad internet. Una buona parte è composta da anziani e casalinghe, i quali lo evitano per diversi motivi: gli uni si mostrano maggiormente disinteressati ed ignorano le funzionalità ed applicazioni che dal web possono scaturire, le altre se ne astengono per ragioni di carattere meramente economico.

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L’infografica sul progresso digitale in Italia realizzata dall’Istat. Fonte: Istat

Per quanto concerne poi i device di lettura dei dati, il 24% dei giovani accede ai servizi online solo attraverso lo smartphone (con numeri più alti nel Mezzogiorno), mentre i loro nonni – se internauti – utilizzano quasi esclusivamente il pc. I genitori utilizzano invece entrambi i dispositivi, ma per lo più se trattasi di manager o comunque persone con un elevato grado di istruzione.

Guardando ai contenuti di navigazione le cose non cambiano. Il 50% dei giovani utilizza esclusivamente app di messaggistica istantanea (Whatsapp per intenderci) e social network (Facebook e Instagram in testa), ma senza rendersi conto della tracciabilità sempre più puntuale dei comportamenti in rete.

 

La consapevolezza della cultura digitale

Negli ultimi due decenni governi e imprenditori – salvo rare eccezioni – non sono stati in grado di colmare quella distanza che ci separa dagli altri Paesi europei nell’ambito della cultura digitale. E il risultato della mancata pianificazione di investimenti per accrescere le skill digitali della forza lavoro ha creato un disequilibrio nell’incontro tra domanda e offerta di risorse umane.

Gli esperti sono tutti concordi nel fotografare l’Italia come Paese che stenta ad adattarsi ai cambiamenti tecnologici che hanno dato vita a quella che l’economista W. Brian Arthur ha definito “The second economy”. All’economia tradizionale che tutti noi siamo infatti abituati a concepire, ossia la c.d. “economia reale”, si affianca oggi un’ economia “digitale”, la cui metodologia di misurazione stenta ancora a decollare.

Eppure a Bruxelles è in vigore già dal 2015 il “Nuovo Framework per le competenze digitali“, i cui indici di riferimento sono: comunicazione, informazione, risoluzione dei problemi e creazione di contenuti.

Sulla base di essi è stato calcolato che in Italia soltanto il 3% delle imprese ha completato quel processo di digitalizzazione che le consente di conoscere perfettamente il proprio “corporate value” e, conseguentemente, l’impatto potenziale sul PIL.

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La locandina di un evento sulla cultura digitale per le PMI. Fonte: ID106

Se infatti è vero che “la connettività è pervasiva” – come ha chiarito durante il seminario Giulio Perani, senior researcher Istat – è altrettanto innegabile che il fenomeno a cui stiamo assistendo in questi anni è il moltiplicarsi dei problemi tradizionali, filtrati però con un’ulteriore lente di carattere tecnologico. Il punto a cui ci si riferisce in questa sede non attiene tanto al mero dato economico, o, meglio, non soltanto a questo, quanto piuttosto alla bassa consapevolezza nell’opinione pubblica che l’educazione e la diffusione di una cultura digitale siano ormai elementi inscindibili dall’educazione civica.

 

Una nuova policy digitale

La domanda che ci si dovrebbe porre, dunque, è la seguente: a dover essere risolto è il paradigma della rete (investimenti per la banda ultralarga, e 5G) oppure la capacità di generare la c.d. “media literacy”, e implementare la cultura digitale in tutto il Paese?

Non è infatti sicuramente accettabile che l’intera infrastruttura di rete non arrivi ancora dentro le case di 3,4 milioni di famiglie italiane. Il Piano Industria 4.0, tuttavia, è stato ideato soprattutto in tal senso, ossia per ridurre quella forbice digitale che non permette all’Italia di innovare (a partire dalle c.d. “aree a fallimento di mercato” con l’implementazione delle nuove tecnologie). Non potrebbe infatti prefigurarsi una quinta generazione senza la connessione dell’intera popolazione (addirittura a connettersi saranno tra loro anche gli oggetti in quella che viene definita “Internet of Things”, o semplicemente IoT).

Il piano di “Industria 4.0” realizzato dall’ex Ministro del Mise Carlo Calenda. Fonte: BroxLab

Tuttavia sono pochi coloro che pongono l’attenzione sullo sviluppo di una “filosofia di internet”, di una vera e propria cultura digitale e sulla elaborazione di linee guida che accompagnino l’utente al corretto e consapevole utilizzo del web.

Occorre pertanto fornire una lettura per generazioni: se infatti la produzione di dati da parte di quella fascia di età più matura – ossia i c.d. “Boomer“, nati tra il 1945 ed il 1964 – non avrà particolare impatto sull’economia di domani, il discorso cambia radicalmente con riferimento ai Millenial (25 – 35 anni). Come detto, quest’ultimi al momento accedono ad internet con l’intento principale di intrattenersi attraverso file audiovisivi senza ancora formare quelle competenze sempre più richieste dalle imprese e, più in generale, dal nuovo mercato del lavoro digitale. Motivo per cui un ruolo fondamentale deve essere svolto dal legislatore con un’efficace e puntuale regolamentazione dei c.d. “OTT” (Over the top), ossia i Big dell’Hi-Tech che offrono – in regime praticamente di monopolio naturale – quasi tutti i servizi presenti sul web e condizionano la vita di milioni di ragazze e ragazzi.

In conclusione, lo sforzo che il nuovo governo dovrà fare non è soltanto quello di incentivare le imprese a digitalizzarsi – tenuto conto della necessità di percorrere la strada tracciata dagli ultimi esecutivi e in particolare dall’ex Ministro Calenda – bensì quello molto più audace di intervenire armonicamente sullo sviluppo della cultura digitale dei cittadini, al fine di metterli in condizione di affrontare le sfide di domani offerte dal 5G e dal c.d. “effetto network” nella prospettiva del “lavoro 4.0”.

Se ciò non avvenisse vi è il concreto rischio dell’esclusione sociale di alcuni soggetti e della perdita di competitività dell’intero Paese che in questo modo vedrebbe inutilizzate numerose risorse umane. Risorse che non aspettano altro che essere indirizzate verso la nuova domanda di lavoro, al fine di non essere costrette a cercare fortuna all’estero.

We’d better watch out!

 

Copertina: Smart Nation

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