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I 3 MPS del 2021

Il 2021 è stato un anno politico intenso e ricco di sorprese. Ecco i 3 Miti Politici Sfatati (MPS) secondo Polinside

No, MPS non è l’acronimo della banca più antica del mondo le cui vicende hanno riempito negli ultimi anni le pagine dei quotidiani.

Arrivati a fine anno è tempo di analisi ed è il momento di considerare i 3 Miti Politici Sfatati (MPS) del 2021, le tre certezze che si sono rivelate false nell’anno che va a concludersi.

Dal ruolo nuovo ruolo dell’Italia a livello internazionale, alla ripresa dei partiti progressisti in Europa (e non solo), fino agli errori di valutazione sull’Afghanistan, caduta sotto le mani dei talebani in poche settimane in occasione del ritiro delle truppe Usa rispetto ai 6-12 mesi inizialmente previsti.

L’Italia è un Paese in decadenza

Non basta un uomo solo a cambiare un Paese in poco più di 10 mesi. Tuttavia, a gennaio 2021, quando erano appena iniziate le inoculazioni e in alcuni hub vaccinali c’erano ancora le famose primole, nessuno si sarebbe mai aspettato di concludere l’anno con l’85% della popolazione vaccinata e con un premier elogiato in tutta Europa.

Crescita stimata del PIL al 6,2%, innumerevoli successi sportivi (vincitori di Europeo di calcio, Europeo di Volley femminile e maschile, 100 metri alle Olimpiadi), culturali e artistici (Premio Nobel per la Fisica, Eurovision Song Contest) e politici (G20 a Roma) hanno contribuito a creare un nuovo clima di fiducia nel nostro Paese (almeno a livello politico-mediatico e almeno per ora). Un percorso chiuso in bellezza con la recente decisione dell’Economist di indicare l’Italia come “Paese dell’anno”.

Merito solo di Draghi? Ovviamente no, ma il clima euforico che aleggia da qualche mese sullo stivale tricolore è indubbiamente il più importante MPS del 2021. Riusciremo a mantenere questa condizione anche nel 2022?

Il futuro in Europa è a destra

16, 8, 12. No, non sono i numeri da giocare a Tombola (anche se visto il periodo possiamo tentare). Si tratta degli anni in cui i partiti conservatori hanno governato, quasi, ininterrottamente in Germania, Norvegia e Bulgaria. Cosa li accomuna? In tutti e tre i Paesi quest’anno si sono svolte elezioni politiche che hanno sancito il ritorno al potere dei partiti socialdemocratici e laburisti, tornati protagonisti dopo una lunga assenza.

Un anno fa in Germania la fine dell’era Merkel era ancora lontana e la CDU navigava con un consenso intorno al 36%, doppiando di fatto i Gründe e con una SPD che arrancava ad uno scarso 15%. La fine della storia la sappiamo. Oggi la SPD è alla guida di una coalizione che vede al suo fianco proprio i Verdi, indeboliti, e i liberaldemocratici di Christian Lindner. Se i conservatori della CDU sono stati estromessi dal Governo dopo 16 anni, la destra estrema dell’AFD è sempre in attesa dell’exploit definitivo, essendo ancorata ad un 10% grazie soprattutto alla sua popolarità nell’ex DDR.

Anche se per i verdi norvegesi è un “compagno servo dei padroni”, Jonas Gahr Stoere è riuscito a riportare i laburisti scandinavi al Governo dopo 8 anni durante i quali era stata Erna Solberg, leader del partito conservatore, a soggiornare a Inkognitogata 18 (residenza ufficiale del Primo Ministro norvegese a Oslo). Alle elezioni di settembre, il Labour Party è risultato il partito più votato (26,4%) ed ha presentato un programma di coalizione che prevede, tra l’altro, un rafforzamento del sistema di welfare e l’aumento delle imposte per i redditi superiori ai 75mila euro.

In Bulgaria “Noi continuiamo il Cambiamento”, partito anticorruzione fondato da due economisti, ha ottenuto la fiducia a formare una coalizione progressista in cui è presente anche il Partito socialista di Bulgaria. Nel voto di novembre la formazione guidata dal neopremier Kiril Petkov e da Asen Vassilev ha primeggiato con il 25,7% scalzando il partito conservatore GERB di Bojko Borisov che era al potere, quasi, ininterrotto dal 2009.

Se non si può parlare di una virata a sinistra in tutta Europa – basta vedere i rapporti di forza in Italia e il recente recupero dei Republicans in Francia – è chiaro che le elezioni del 2021 hanno riconsegnato un Vecchio Continente più rosso che blu.

L’Afghanistan non cadrà subito nelle mani dei Talebani

Ma quello che forse è il più grande errore di valutazione e MPS del 2021 non si ritrova nel risultato di un’elezione, ma riguarda il destino di un intero Paese.

Nel giugno 2021 il Washington Post ha riportato un’analisi dell’intelligence Usa, in cui si sosteneva che il governo afghano sarebbe potuto cadere entro 6 mesi dal ritiro delle truppe Usa previsto dagli accordi di Doha per il successivo 31 agosto. Termini che sono stati poi ridotti a 90 giorni proprio nelle prime settimane di agosto quando, nel momento più difficile per l’esercito afghano, il quotidiano di Jeff Bezos ha pubblicato un altro articolo in cui le stesse fonti rivedevano le loro posizioni in una situazione che si faceva sempre più tragica.

Nessuno però sarebbe mai arrivato a pensare che i talebani avrebbero conquistato il potere ancor prima della dipartita dell’US Army, in un’operazione che è ritenuta tra le più fallimentari nella storia dell’Occidente.

Credits copertina:

  • Quirinale.it, Attribution, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=99535285
  • Steffen Prößdorf, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons

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