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Io, prof quasi per caso

Un altro anno scolastico sta per finire. Ma quali sono i rischi della nuova normalità post Covid? La testimonianza di un giovane insegnante di Matematica

La mia esperienza inizia quasi per caso, quando l’anno scolastico è partito già da 2 mesi.

A 28 anni mi reco per la prima volta a Ferrara, in quella scuola, in quell’aula per prendere servizio e durante il viaggio sul pullman diventa naturale pensare a ciò che mi aspetta, a come sarà questa nuova prima volta.

È come lanciare un sassolino nel pozzo dell’ignoto mentre attendi di sentire il tonfo generato dall’impatto con l’acqua. Provo a costruire un ponte di collegamento con l’esperienza vissuta “dall’altra parte”, quando anche io ero studente e mi chiedevo, guardando il nuovo supplente arrivare in classe, se avere paura o provare la tranquillità di avere finalmente davanti un prof comprensivo.

Tento di guardarmi con gli occhi di chi devo affrontare, cerco un appiglio che mi aiuti a destreggiarmi nel buio, pensando che lo studente che sono stato e i compagni che ho avuto sono il prototipo di quelli che troverò seduti davanti a me.

Eccomi commettere il primo errore. In un attimo sono già lì che salgo le scale, provando a immaginare le facce perplesse che mi accoglieranno mentre faccio un respiro profondo di conforto prima di varcare la soglia. Arrivo fino alla porta della “mia” classe, busso e sono travolto da un muro di silenzio inaspettato.

I ragazzi sono seduti, impassibili e proni sui loro smartphone, nemmeno un’espressione di sorpresa scaturita da quella nuova presenza. Mi chiedo dove sia il baccano, il trambusto della classe che aspetta il cambio dell’ora, quell’insieme di bisbigli che producono i primi scambi di opinione su quel professore appena arrivato. Sono assenti i dialoghi, i momenti di raccolta in cui narrare le ultime esperienze.

Photo by MChe Lee on Unsplash

Decido di provare ad attirare la loro attenzione. Tento di instaurare un dialogo reso sempre più difficile da una distanza nuova, non solo fisica ma digitale. Chiedo ad un ragazzo se sta studiando per l’interrogazione dell’ora successiva e tutto ciò che ottengo sono solo delle frasi sconnesse, mugugni quasi incomprensibili.

Dal confronto, mi rendo conto che davanti ho una generazione che, oltre ad essere vittima di una società che disinveste sempre più sulla formazione e sulla scuola, è profondamente mutata rispetto alle precedenti. Vittima di un eccesso di fonti di disinformazione, poco controllate e inaffidabili, che inoculano nello studente che vi attinge la superbia e la presunzione di sapere già tutto quello che è necessario. “Non serve conoscere i capoluoghi d’Italia, posso leggerli in qualunque momento su Google”.

Entro in classe e commetto il secondo errore: pensare di poter essere ascoltato, ma le cose vanno diversamente. Il Covid ha velocizzato l’involuzione del contesto scolastico. Studenti, insegnanti e tutto il personale scolastico hanno patito l’assenza della dinamica degli sguardi incrociati, dei cenni di assenso o dissenso, segnali di sofferenza sospesi attraverso i quali i docenti erano abituati ad avere riscontro delle reazioni e delle percezioni dei discenti. La quotidianità è disintegrata, sono su un terreno arido, in cui risulta difficile seminare gli aspetti emotivi e intellettivi che fanno germogliare il legame d’intesa implicita, la dicotomia tra solidale collaborazione e sana concorrenza, l’alternarsi di fasi operose chiassose e di riflessione che precedono il brillare della scoperta. In 3 parole: il gruppo classe.

Ma è dal mio secondo errore che imparo una cosa molto importante: è lo studente, il primo che deve essere ascoltato. Mi accorgo che i ragazzi che ho di fronte sono incapaci di valorizzare le loro peculiarità, non sfruttano il tempo a disposizione per affinare una propria competenza ma solo per pretendere sé stessi come soggetti diversi da quelli che sono nella realtà.

Non appena introduco la mia lezione di Matematica noto che quella lastra spessa di presunzione, di conoscenza di tutte le materie, diventa sottile e fragile, infrangendosi davanti a calcoli e numeri. Difficile pretendere un ragionamento logico. I più introversi non ci provano nemmeno. I più umili asseriscono di essere negati da sempre in matematica. I più orgogliosi alzano un muro di protezione dichiarando che queste cose non gli serviranno a nulla nella vita. Esce fuori la loro arroganza nei confronti di chi è lì per insegnare, verso gli stessi programmi ministeriali e verso di me, un ragazzo semplice che ha percorso mezza Italia per essere lì con loro quella mattina.

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Per aiutarli cerco allora di pianificare una lezione improntata sul ragionamento. L’obiettivo è quello di fargli capire che la capacità di comprendere il mondo in termini numerici è innata, non solo nell’uomo ma anche negli altri esseri viventi appartenenti alla diversa scala filogenetica. Per citare il grande fisico Stephen Butterworth: “la capacità di vedere la numerosità, così come la capacità di percepire i colori, sono processi automatici: non possiamo evitare di vedere che le mucche in un campo sono bianche e marroni, né possiamo evitare di vedere che ce ne sono 3”.

Li invito a sbagliare e a commettere errori perché quando cresciamo ciascuno di noi ha bisogno di un processo di scaffolding* che ci aiuti a fare un bagno di umiltà e ad essere coscienti del fatto che gli artefatti cognitivi tecnologici non devono sostituire i processi cognitivi, ma essere uno strumento di comprensione degli errori commessi. Solo sbagliando si può imparare.

Ed è questa consapevolezza che mi spinge a continuare la mia esperienza a scuola, in trepidante attesa del momento in cui quel sassolino toccherà finalmente il fondo…

*In psicologia e pedagogia “scaffolding” è un termine che si utilizza per indicare l’aiuto dato da una persona ad un’altra per svolgere un compito.

Credits copertina: Photo by Taylor Wilcox on Unsplash

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