Un’analisi della legge elettorale. Terza parte: valutazioni politiche

Con gli aspetti più propriamente politici si conclude l’approfondimento sulla nuova legge elettorale con cui voteremo alle elezioni in primavera. A seguito dell’approvazione di oggi al Senato l’ultimo step prevede la promulgazione da parte del Presidente Mattarella e la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale.
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Un’analisi politica del provvedimento

Non esiste una legge elettorale migliore o peggiore in assoluto. Ogni normativa deve sempre essere valutata in base al contesto e alla situazione politica in cui opera. Se il sistema per l’elezione presidenziale negli Usa – dove è stato eletto Donald Trump, nonostante Hillary Clinton avesse ottenuto un maggior numero di voti – fosse attuato in Italia, probabilmente si griderebbe allo scandalo. Nel contesto in cui opera invece, grazie alla sua storia centenaria, è probabilmente il metodo migliore.

Partendo da queste premesse, ogni legge elettorale dovrebbe però soddisfare due requisiti fondamentali: garantire un’equa rappresentanza delle forze politiche nel Parlamento sulla base del consenso da esse ottenuto alle votazioni, e stabilire i presupposti per la formazione di una maggioranza stabile. Dovrebbe inoltre durare nel tempo.

La scelta di far prevalere, ma non prevaricare, un principio rispetto all’altro è determinata dalla classe politica che è chiamata a legiferare in questo ambito.

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“Signing the guest book” by European Parliament 

È chiaro che l’elemento della stabilità non dipende solo dai meccanismi elettorali, ma soprattutto dalla qualità e dalla conflittualità della società politica in cui si vive. In Germania ad esempio, la costanza politica degli ultimi anni è stata possibile anche con un sistema elettorale proporzionale(seppur con uno sbarramento al 5%) che ha favorito il formarsi di grandi coalizioni tra Cdu-Csu e Spd. Se tale soluzione ha probabilmente influito negativamente sugli ultimi risultati elettorali di entrambi i partiti, d’altra parte dimostra come il sostegno convinto ad un esecutivo sia determinato in gran parte dalla classe politica di riferimento.

Nella “Prima Repubblica” italiana il proporzionale ha invece dato vita ad una miriade di governi, alcuni fotocopie dei precedenti, pur fondati sempre sul ruolo centrale della Democrazia Cristiana. Dal ’94 la nuova legge maggioritaria ha invece portato ad una sorta di alternanza allargando la platea dei partiti al governo fino al 2005, anno di approvazione della Legge Calderoli. Nonostante ciò, non si è riusciti ad estirpare la disorganicità delle coalizioni e la conseguente caducità degli esecutivi.

Ora ci si pone le seguenti domande: le nuove disposizioni soddisfano i due principi di cui si è parlato in precedenza? E inoltre, riusciranno ad essere un punto di partenza su cui contare non soltanto nella prossima legislatura? Se al primo quesito potrà rispondere solo il tempo, l’intento di quest’analisi è cercare di andare a fondo sulla prima questione.

Per quanto riguarda il rapporto tra voti e seggi ottenuti, il sistema – per tre quarti proporzionale con basse soglie di sbarramento – da un lato permette un’equa rappresentanza, dall’altro favorisce la formazione di coalizioni. Al di là di tutto, la possibilità per i partiti di allearsi prima della tornata elettorale deve essere considerato un aspetto positivo, soprattutto in un momento come questo dove l’Italia si ritrova in una situazione di tetra-polarismo. Oltre al centro-sinistra, al centro-destra e al Movimento 5 Stelle va infatti aggiunto il partito dell’astensionismo, da anni il più (non) votato.

Coalizioni che potrebbero anche sfaldarsi dopo il voto, confermando il trasformismo che contraddistingue la politica italiana fin dal 1800, ma necessarie in un sistema in prevalenza proporzionale come quello che si va profilando. L’ideale sarebbe stato inserire delle norme per scoraggiare il cambio di casacca dei neo-eletti, come quelle in discussione sul nuovo regolamento del Senato, ma si sa i transfughi fanno comodo a tutte le maggioranze.

Se lo sbarramento al 3% porterà tutte le correnti di destra e sinistra a competere per entrare in Parlamento, per favorire ulteriormente la formazione delle coalizioni è stato previsto che a determinare la cifra elettorale concorreranno anche quelle forze che otterranno un suffragio superiore all’1%. È una norma che avvantaggia quei partiti che entreranno in Parlamento, perché i voti di queste liste saranno redistribuiti tra i partiti della stessa coalizione che avranno superato la soglia del 3%.

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“Deputy Prime Minister Luigi Di Maio” by democracy.international 

Come sostiene il leader 5 Stelle Luigi Di Maio ciò porterebbe ad una distorsione del voto a sfavore del M5S che, come risaputo, non si allea con nessun altro partito. Nonostante tale opinione sia legittima, è anche vero che in caso contrario numerosi suffragi andrebbero persi ed una discreta quota della popolazione non sarebbe rappresentata.

Per quanto riguarda la parte maggioritaria della legge, ci si chiede se questo sia sufficiente a garantire quella governabilità di cui l’Italia avrebbe bisogno. I sondaggi da tempo ci segnalano una situazione chiara in Italia: nella migliore delle ipotesi, se cioè si andasse al voto con le due coalizioni di centrodestra, centrosinistra e il M5S, si avrebbe un Parlamento diviso in tre tronconi quasi equivalenti. In qualunque caso sarebbe lontana la possibilità di raggiungere la maggioranza assoluta dei seggi ad opera di una delle tre forze.

I seggi uninominali dovrebbero favorire le due coalizioni e il rafforzamento dei partiti più votati, ma nessuno può esserne certo. Ad ogni modo, anche con la quota maggioritaria, è sicuro che sarà alquanto difficile costituire una maggioranza.

È chiaro dunque che tre saranno i possibili scenari: accordo tra due blocchi, o disgregazione di parte degli stessi (anche se tutte le forze si sono dichiarate assolutamente contrarie); attribuzione del mandato di governo ad una personalità scelta dal Presidente della Repubblica (il cosiddetto “governo del Presidente” che presupporrebbe una forte scelta politica suscettibile di critiche, oltre ad una centralità eccessiva del Quirinale); nuove elezioni, se sarà verificata l’indisponibilità dei partiti, che comunque difficilmente sbloccheranno lo stallo decisionale.

In una situazione del genere è chiaro che la legge elettorale può avere solo un impatto parziale sul sistema politico, ma ad ogni modo dovrebbe comunque assicurare la possibilità della formazione di una maggioranza assoluta che possa governare stabilmente per 5 anni.

A tal proposito forse sarebbe stato più opportuno prevedere soglie di sbarramento basse ed un premio di maggioranza al 40% attribuibile anche alle coalizioni, diversamente dall’Italicum che lo prevedeva solo per le singole liste. Tale misura avrebbe spinto ancora di più i partiti ad unirsi in blocchi comunque non omogenei, ma quanto meno uniti verso un obiettivo raggiungibile. La possibilità di preferenze in collegi non troppo estesi, avrebbe inoltre favorito la competizione e forse anche l’affluenza, con gli elettori che avrebbero votato nella speranza di dar vita ad una maggioranza più solida. Il tutto rispettando i principi di costituzionalità espressi dalla Consulta nelle precedenti sentenze.

Lo schema prospettato non è ovviamente l’unico possibile e non avrebbe risolto tutte le difficoltà in cui oggi versa la politica italiana, ma avrebbe almeno perseguito maggiormente i principi di rappresentanza e governabilità.

 

Conclusioni

Dall’analisi appena svolta ci si può rendere conto dei numerosi aspetti problematici della nuova legge elettorale. Alle perplessità sulla procedura si aggiungono alcune questioni di costituzionalità che potranno essere risolte solo a seguito delle elezioni, dunque con un Parlamento già formato.

Anche dal punto di vista delle conseguenze politiche del provvedimento non sembrano esserci dubbi sulle difficoltà che i partiti dovranno affrontare per la formazione di un governo stabile.

L’insieme degli aspetti procedurali, costituzionali e politici porta a valutare negativamente una normativa che, tra l’altro, è il frutto di un accordo a cui si è arrivati soltanto a pochi mesi dalla fine della legislatura, il che ha influito non poco sulle valutazioni dei singoli partiti in merito. L’irresponsabilità politica di alcuni parlamentari, che a giugno hanno fatto saltare l’accordo sul precedente provvedimento, unita alle perpetue difficoltà nel rapporto tra i partiti, ha portato alla presente situazione.

Tuttavia, deve essere rilevato anche un aspetto positivo che si ritrova nel patto a cui sembrano essere arrivati alcuni tra i maggiori partiti di governo e opposizione, seppur con importanti defezioni. Al di là dei ragionamenti personalistici di ogni fazione, è stato parzialmente rispettato il monito del Presidente della Repubblica, che tanto si è speso per convogliare l’attenzione politica e mediatica sulla necessità di un accordo condiviso sul tema elettorale.

Tali considerazioni portano a sostenere che, nelle condizioni attuali, sia comunque preferibile l’approvazione di questa legge elettorale per mancanza di alternative credibili. La possibilità di intervenire con un decreto per armonizzare le restanti normative su cui è intervenuta la Corte Costituzionale, è e deve rimanere un’extrema ratio. In sostanza, meglio una legge contestata e insoddisfacente, che un residuo normativo su cui comunque si dovrebbe intervenire e che darebbe adito ad altre polemiche senza più margini di tempo.

Siamo dunque in presenza di un fallimento politico, nei confronti del quale bisogna comunque essere realisti e tentare di valutare tutte le possibili soluzioni che si prospettano di qui alla prossima consultazione elettorale. Si spera che questa analisi sia riuscita a dare una lettura in tal senso.

Credits copertina:

Symbol of democracy this picture show a child and his mom voting for french presidential elections. by Arnaud Jaegers

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