PSOE: i socialisti spagnoli tra eredità e futuro

Continua la nostra rubrica dedicata alla crisi della socialdemocrazia in Europa. Dopo aver affrontato le origini storiche dei partiti di ispirazione socialista e la crisi del Pd in Italia, è il momento di approfondire l’odierno calo dei consensi del PSOE spagnolo. 

 

«Si hay un pasado que fue de ellos, el futuro es nuestro, de nuestra libertad consciente

Con queste parole il 28 ottobre 1982 il leader del Partito Socialista Operaio Spagnolo (PSOE) Felipe Gonzales si apprestava a commentare il risultato elettorale che aveva premiato le forze progressiste con più del 48% dei voti. Era un periodo magico per la sinistra in Europa per cui, all’ascesa a cancelliere tedesco di Willy Brandt (prima) e di Helmut Schmidt (poi), si accompagnava il successo di Mitterrand in Francia e, in misura diversa, i governi di Craxi in Italia.

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Il leader del PSOE Felipe Gonzales in una foto del 1977. Fonte: Pinterest

Se allora i socialdemocratici costituivano un’area progressista di grande appeal, oggi la situazione è molto diversa in tutto il vecchio continente e dunque anche in Spagna.

Pedro Sanchez (attuale leader dei socialisti), deve affrontare un calo dei consensi che ha portato alle elezioni del 2016 il PSOE al 22%, il dato più basso dalle prime elezioni libere dalla fine della dittatura franchista nel 1977. Gli ultimi sondaggi danno oggi il PSOE ancora in calo al 19%, a meno di un punto di distanza da Podemos, la formazione radicale guidata da Pablo Iglesias che negli ultimi anni ha intrapreso un percorso netto di opposizione al vecchio establishment politico.

Così come per il Pd in Italia, anche la storia della sinistra spagnola degli ultimi anni è costellata da forti contrasti interni ai quali si è aggiunto lo stallo istituzionale che per quasi un anno ha impedito allo stato iberico di avere un governo politico.

 

Lo stallo istituzionale

Le elezioni generali del dicembre 2015 hanno visto deflagrare una possibile alleanza a tinte rosse tra i socialisti e Podemos, sponsorizzata dal leader Pedro Sanchez, che ha causato il ritorno al voto nel giugno 2016. Di fronte alle difficoltà politiche a formare un governo la Spagna ha virato a destra, con il Partito Popular che, nelle nuove consultazioni, ha accresciuto i propri consensi dal 28% al 33%, mentre gli altri partiti riconfermavano i risultati ottenuti solo pochi mesi prima (PSOE al 22%, Podemos e Ciudadanos al 13%).

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La composizione del Congresso dei Deputati all’indomani delle elezioni del 26 giugno 2016. Fonte: abc.es

La paura di un nuovo ricorso alle urne e la perdita di alcuni seggi, ha portato Ciudadanos (formazione politica che si pone ufficialmente al di là di destra e sinistra) a schierarsi con il PP. I socialisti invece si sono divisi, con Sanchez contrario a qualsiasi sostegno ad un nuovo governo Rajoy, e i “barones” andalusi che invece spingevano per un’astensione costruttiva. Lo scontro interno ha portato alle dimissioni dal Parlamento di Sanchez, a cui è seguita l’astensione dei tre quarti dei deputati del PSOE dal voto di fiducia al nuovo governo di centrodestra.

La Costituzione spagnola (art. 99, c.3) stabilisce infatti che, ove non venga raggiunta la maggioranza assoluta dei membri del Congresso dei Deputati, si può procedere ad un secondo voto in cui è sufficiente la maggioranza relativa (cioè dei votanti) per concedere la fiducia ad un nuovo governo. L’astensione dei socialisti ha dunque permesso di raggiungere questo risultato uscendo dallo stallo istituzionale. Ma la lotta per il predominio interno al partito non era ancora finita.

 

Il ritorno di Sanchez e il ruolo di Ciudadanos

Le primarie del maggio 2017 hanno visto trionfare nuovamente Sanchez, che è riuscito a superare la rivale Susana Diaz, presidente dell’Andalusia (feudo storico del PSOE fin dagli anni ’80), personaggio centrale che godeva dell’appoggio di leader storici come Josè Luis Zapatero e Felipe Gonzales. Tale vittoria ha permesso a Pedro Sanchez di tornare alla ribalta, e di continuare la sua politica di centro-sinistra alternativa a Podemos e a Ciudadanos.

Proprio Ciudadanos, formazione nata nel 2006, sta acquisendo molti consensi negli ultimi mesi. Il suo leader Albert Rivera, avvocato di 38 anni, è giovane ma già molto esperto delle che governano la politica. Membro delle Cortes Generales da circa due anni, Rivera ha precedentemente ricoperto il ruolo di deputato nel Parlamento della Catalogna dal 2006 al 2015. Con la sua visione politica liberal- riformista (che alcuni paragonano a Renzi), si pone come alternativo ai populismi radicali e difensore, allo stesso tempo, delle istituzioni europee e della Spagna (è anti-indipendentista), che vuole risollevare con proposte moderate e senza rivoluzioni.

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Il leader di Ciudadanos Albert Rivera. Fonte: sinistra Liberale

Ad oggi Ciudadanos è il primo partito nei sondaggi e sostiene il governo Rajoy, cercando però di portare una visione alternativa che possa sedurre l’elettorato moderato di centrodestra e di centrosinistra, con due vantaggi da non sottovalutare: il declino dei partiti socialdemocratici europei e del PSOE in Spagna, e il coinvolgimento del PP in alcuni scandali di corruzione. Eventi che potrebbero favorire proprio il partito di Rivera in un futuro molto prossimo.

In questa chiave di “posizionamento” alternativo al PP può forse essere letta anche la proposta di Ignacio Ariaudo (Ciudadanos), di istituire una commissione d’inchiesta contro Cristina Cifuentes, governatrice conservatrice della Comunità di Madrid, recentemente accusata di irregolarità nel conseguimento di un master universitario in Diritto regionale. Un caso che in Spagna sta suscitando forti polemiche nelle ultime settimane, e che ha assunto una forte valenza mediatica e dunque politica.

Su questa vicenda Sanchez si è invece dimostrato più convinto del partito di Ariaudo, e ha colto l’occasione per attaccare i suoi avversari politici dichiarando che “Rajoy e Rivera sono un tandem perfetto”.

 

Le prospettive future del PSOE

Insomma il destino del partito socialista spagnolo sembra essere stretto nella morsa tra il liberalismo moderato e fresco di Ciudadanos a destra, e il radicalismo di Podemos a sinistra. La difficoltà è proprio questa: riuscire a smarcarsi dalle due tendenze che hanno ormai il favore di una buona parte dell’elettorato, mostrandosi con un volto nuovo e non aggrappato al potere. Se l’esperienza e la storia del partito (che con Zapatero riuscì persino ad istituire i matrimoni omosessuali), dimostrano come la sinistra sia riuscita in passato a portare avanti importanti riforme, i sondaggi e la realtà politica odierna non sembrano giocare a suo favore.

Le prossime elezioni politiche si svolgeranno nel 2020. Il PSOE per risollevarsi e proporsi come vera forza alternativa di governo ha tre anni di tempo. Un periodo lunghissimo per la politica, che ci dirà se la sinistra spagnola saprà ritrovare nuova linfa e idee per il futuro, o se soccomberà davanti alle forze post-ideologiche.

 

Copertina: El Mundo

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