Iannamorelli «Premialità e incentivi per regolamentare il lobbying»

Polinside incontra il Direttore Operativo di Reti, che boccia l’attuale applicazione del registro di interessi introdotto nel 2017 alla Camera.

Armi, tabacco, caccia, gioco d’azzardo, potere… quando si pensa al termine “lobby” in Italia sono queste le prime associazioni che vengono in mente. Un settore occulto al servizio delle multinazionali che impiegano milioni di euro (o di dollari) per influenzare, a loro esclusivo vantaggio, i decisori pubblici recando un danno alla comunità.

Una visione che contrasta con l’operato di numerosi professionisti e aziende di lobbying che hanno rapporti quotidiani non solo con parlamentari e membri del Governo centrale, ma anche con amministratori locali e giunte del territorio, con cui dialogano nel tentativo di risolvere questioni che coinvolgono stakeholder provenienti dai più diversi settori del tessuto economico nazionale.

Per comprendere quali dinamiche si celano realmente dietro all’azione quotidiana dei lobbisti, Polinside ha deciso di incontrare Antonio Iannamorelli, Direttore Operativo di Reti e già capo dello Staff del Sottosegretario al Ministero della Salute nel secondo Governo Prodi.

D: Partiamo dal principio, come ha scritto qualche giorno fa Francesco Montanari su MF, le società di lobbying in Italia continuano a crescere (+15,5% di ricavi), ma ad un aumento di fatturato sembra non corrispondere un miglioramento della reputazione presso i non addetti ai lavori, che ancora associano il termine lobbista a faccendiere e affarista. Perché?

R: Perché in Italia manca una regolamentazione ed una cultura del lobbying. Il nostro Paese si è sviluppato nel dopoguerra sull’operato dei corpi intermedi, e per 40 anni i soli portatori di interesse accettati sono stati Confindustria e le sigle sindacali. Chi invece rappresenta direttamente l’interesse della propria impresa o sceglie di farsi rappresentare dalle società di lobbying viene visto come un soggetto che persegue esclusivamente fini personali o come un “faccendiere”. Questa visione ha conseguenze dirette anche sulle aziende del settore, i cui ricavi, sebbene in crescita, hanno un valore complessivo pari all’appalto per le pulizie dell’ospedale di Foggia.

D: Eppure la Corte Costituzionale già nel 1974, con le sentenze n. 1 e n. 290, ha riconosciuto come legittima l’attività di influenza svolta da soggetti espressione della società organizzata nei confronti degli organi costituzionali…

R: Se la fattispecie è legittima, è anche vero che, con la nuova norma sul traffico di influenze illecite, il nostro lavoro è costantemente a rischio d’incriminazione. È difficile definire esattamente ciò che rientra nell’attività di lobbying, poiché il perimetro è molto ampio, ed è proprio questo stato di cose che rende precario il nostro ruolo.

D: In un articolo sul suo blog “Buchi neri”, Claudio Velardi ha dichiarato di non essere: “per nulla interessato all’eterno dibattito su come disciplinare le attività di lobbying” perché: “deve essere il mercato a decidere chi è bravo e chi no”. Diversamente tu da tempo ti spendi per una regolamentazione del settore che si basi su un meccanismo di registrazione volontaria a cui corrisponda la garanzia di una serie di premialità. È davvero così importante una riforma in questo senso?

R: È chiaro che l’ottica è diversa. Claudio ha alle spalle un’attività trentennale ed ora non deve preoccuparsi di essere chiamato in causa per accuse del genere. Sul principio di premialità si tratta di una questione pratica, perché nel lobbying tutte le attività portate avanti rientrano tra le cosiddette “relazioni umane”, che non possono essere perimetrate in maniera precisa. A tal proposito, al momento il registro dei rappresentanti di interesse introdotto alla Camera non è risultato efficace, perché le società iscritte non solo non ricevono alcun beneficio, ma sono anche obbligate a rendicontare tutti gli incontri con gli esponenti politici all’interno di Montecitorio, diversamente da chi non è iscritto.

D: Dunque cosa proponi?

R: Va bene il registro, ma l’iscrizione deve prevedere vantaggi che rendano più agevole il nostro lavoro, come l’accesso immediato alle bozze dei ddl, ma anche incentivi legati alla condizione del lobbista già previsti per altre imprese, come le misure del programma “Industria 4.0”, o norme che favoriscano l’utilizzo del contratto a tempo indeterminato nel settore del lobbying. Lo Stato deve capire che il nostro è un comparto che si sta sviluppando velocemente e che dà lavoro a molte persone, tra cui tanti giovani, ma deve essere aiutato e sostenuto.

D: C’è il rischio che le grandi aziende straniere entrino nel mercato italiano facendo diminuire i ricavi?

R: Il problema non si pone perché alcuni soggetti sono già presenti ma preferiscono concentrarsi su altri settori (come la comunicazione corporate), perché i servizi legati al lobbying in Italia offrono una prospettiva di guadagno nettamente inferiore rispetto agli altri grandi Stati europei. Ciò accade anche perché nel nostro Paese il lobbying è ancora considerato come un ambito oscuro e dunque può essere sottopagato.

D: In una recente intervista a Polinside, Antonio Funiciello, già capo staff del Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, ha dichiarato che le tre funzioni principali del perfetto consigliere politico sono: la gestione dell’accesso, il potere di informare e l’arte del consiglio. Sono caratteristiche che deve possedere anche un bravo lobbista?

R: Quelle del consigliere politico e del lobbista sono due professioni molto vicine e dunque anche le skill richieste sono simili. Oltre a quelle già citate, un’altra qualità fondamentale nel nostro settore è sicuramente la pazienza, perché l’Italia ha un sistema lento e con dinamiche totalmente incomprensibili in ogni altra parte del mondo. Per cui bisogna saper attendere per spiegare tali meccanismi ai clienti e per vedere i risultati del proprio lavoro. È inoltre necessaria una grande fiducia nel sistema, senza la quale nessuna strategia di lobbying può risultare vincente.

D: A seguito dell’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti si è creata una grande confusione sui metodi con cui la politica debba trarre finanziamenti. Ritieni che un sistema trasparente come quello dei PAC per i candidati Usa sia la soluzione anche in Italia? Il fatto che grandi aziende sostengano economicamente la politica (anche se in maniera trasparente), non si scontra con una visione pubblicistica della “cosa pubblica” da sempre esistente in Italia?

R: Bisogna portare avanti una riforma che introduca anche in Italia un sistema sul modello dei PAC americani, con soggetti terzi che si occupino esclusivamente di fundraising politico. Se è stato abolito il finanziamento pubblico ai partiti, la politica continua ad avere necessità di fondi, ma tali meccanismi devono essere trasparenti e rendicontati come in Usa. Altrimenti c’è il rischio che si crei un “Super cripto lobbying”, in cui il sistema politico diventa schiavo dei sovvenzioni occulte.

I ricavi delle prime dieci società di lobbying in Usa secondo OpenSecrets.org.

D: Cosa rende un’azione di lobbying vincente?

R: La capacità di incrociare la volontà del politico di ottenere il consenso. Il decisore pubblico sceglie infatti in base all’impatto elettorale che deriva dalla sua posizione sui principali temi di discussione.

D: Ci puoi raccontare un caso pratico in cui la strategia di lobbying si è rivelata vincente?

R: Recentemente Reti ha concorso a salvare dal buio i cimiteri italiani. Una norma aveva imposto alle società che gestiscono l’illuminazione votiva di procedere con la fatturazione elettronica, per la quale è necessario il codice fiscale del cliente. Poiché il settore è dominato da piccole realtà (spesso composte da poche persone), che lavorano su contratti firmati anche 30 anni fa da clienti che ora si trovano in ogni parte del mondo, è facile intuire come tale disposizione avrebbe messo in seria difficoltà l’intero comparto.

Grazie al lavoro con le istituzioni, ad una strategia di comunicazione efficace e ad una coalition building con gli altri soggetti interessati, siamo riusciti a far approvare all’unanimità dal Parlamento una norma che prevede l’esclusione del settore dall’obbligo di fatturazione elettronica. Il caso fa capire come spesso siano le piccole società e i Comuni, e non soltanto le multinazionali, ad aver bisogno dei servizi offerti dalle agenzie di lobbying come la nostra.

D: Quali sono le principali difficoltà che riscontri nel tuo rapporto quotidiano con le aziende?

R: Spiegare i meccanismi decisionali presenti nel nostro Paese e lottare perché le aziende decidano di rimanere in Italia.

D: Come si evolverà il settore nei prossimi 10 anni?

R: Innanzitutto assisteremo ad una forte evoluzione tecnologica sia nei servizi di back office che nell’utilizzo degli strumenti digitali per l’advocacy. Inoltre i prossimi anni vedranno probabilmente la nascita di diverse società che offriranno nuovi posti di lavoro a tanti giovani appassionati di politica e che conoscono alla perfezione la lingua inglese.

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